Fertilità e Essere/diventare genitori - Dott.ssa Lucia Caimmi

Fertilità: la gioia di essere genitori

L’OMS stima che al mondo attualmente almeno il 6% delle coppie pur avendo una normale attività sessuale non protetta, non riesce a procreare, questo dato si sposta al 15- 20% delle coppie nei paesi industrializzati, dove assieme ai problemi organici riguardo la sterilità ci sono questioni socio-economiche ambientali che innalzano lo stress psicologico.

Nella nostra società inoltre l’aumento dell’età media delle coppie che cercano la prima gravidanza anche a casa delle suddette problematiche, incide in maniera significativa riguardo alla capacità di procreazione.

Il desiderio di un figlio, di costruire una famiglia e la scoperta dell’infertilità sono due passaggi molto complessi del vissuto del soggetto adulto.

Il desiderio di procreare è vissuto da ogni singolo individuo in modo soggettivo ma le motivazioni accomunano i sentimenti provati dalla donna e dall’uomo.

Entrambi i soggetti esprimono la propria completezza sessuale, rispondono ad una attesa sociale e di genere: la donna nel divenire madre palesa il suo ruolo che è la portatrice di nuova vita, l’uomo nel donare prole alla sua compagna, si assicura continuità nel futuro e da prova manifesta al suo gruppo sociale della sua virilità e la sua capacità individuale di mantenere una famiglia.

Entrambi dimostrano a se stessi e al proprio gruppo sociale di appartenenza la maturità sessuale, quindi la capacità di portare avanti nel tempo i propri impegni, che è garanzia di serietà e affidabilità.

Generare i figli introduce nella coppia un ruolo diverso quello di genitore, la coppia non è più composta solo da due persone ma diventa una famiglia.

Nel pensare e nel cercare di avere un figlio ogni individuo va incontro alla storia del suo essere figlio, della sua famiglia d’origine, e di tutte le sue relazioni primarie, dello stato emotivo della sua coppia attuale.

Nel percorso di ricerca del concepimento sia esso naturale o assistito, ogni individuo è sottoposto ad un notevole numero di eventi stressanti a cui di solito non si è preparati.

Nella procreazione medicalmente assistita il susseguirsi di esami clinici più o meno invasivi, i tempi di attesa dei risultati degli esami, o tra un esame ed un altro, dover tollerare gli effetti collaterali pesanti delle stimolazioni ormonali, sono solo alcuni degli esempi in cui ci si imbatte nel trattamento dell’infertilità.

Il sostegno psicologico alla coppia in fase di progettualità genitoriale si sviluppa, da un lato sino all’accompagnamento alla nascita del nuovo individuo, dall’altro a tutte quelle modalità alternative di essere genitore che ai nostri giorni sono possibili.

Heads Together

#HeadsTogether #OKToSay

Il lutto inelaborato può colpire ognuno di noi e ci impedisce di stare bene e evolverci.

Il Principe William e la Principessa Kate, sua moglie, hanno lanciato nel loro paese, una campagna socio-culturale, per dare voce a coloro che soffrono di problemi di salute mentale.

L’iniziativa si chiama “Heads Together” con hashtag #OKToSay, si concentra sull’importanza di parlare con chiarezza dell’argomento, e con l’intento di incoraggiare il dibattito sul benessere emotivo.

Molte sono le iniziative organizzate, come la maratona di Londra,  all’interno di questa campagna, il principe Harry,  ha concesso un’intervista in cui ha parlato delle sue difficoltà emotive, riguardo le tematiche della salute mentale.

Le sue parole sono state semplici e dirette riguardo il modo in cui ha affrontato i momenti immediatamente successivi alla morte di sua madre, la principessa Diana.

Alcune delle sue parole sono state estremamente chiare, nonostante l’argomento fosse così intimo e doloroso.

Come per ogni bambino che perde sua madre, il piccolo principe Harry, all’età di 12 anni vide la sua vita drammaticamente segnata dalla tragica scomparsa di Lady D.

Avevo semplicemente zittito le mie emozioni, e continuato a dire a chi mi domandava come stavo, che tutto andava bene, perché è più semplice che spiegare i dettagli e impedisce di andare in profondità.

… Posso dire con sicurezza che perdere la mia mamma a 12 anni, e di conseguenza blindare le mie emozioni per gli ultimi vent’anni ha avuto un effetto rilevante non solo sulla mia vita personale ma anche sul mio lavoro.

… Ho cercato una consulenza psicologica dopo 20 anni della mia vita, passati a non pensare alla morte di mia madre, e due anni di caos totale nella mia vita.

… Probabilmente sono stato molto vicino a un crollo nervoso in più occasioni, quando ogni genere di dolore, bugia, travisamento e tutto mi si sono riversati addosso da ogni parte.

… Il mio modo di affrontarlo allora fu di mettere la testa sotto la sabbia, e rifiutare persino di pensare alla mia mamma, perché a cosa serviva? 

Pensavo che mi avrebbe solo reso più triste, non me l’avrebbe restituita.

Quindi da un punto di vista emotivo mi dicevo: “bene, non permettere alle tue emozioni di avere un ruolo in niente.

Ero un tipico venti-venticinque-ventottenne che andava in giro dicendo “la vita è stupenda” o “va tutto bene” ed era così.

… E poi ho iniziato a parlarne con qualcuno e tutt’a un tratto, tutto questo lutto che non avevo mai elaborato ha cominciato a venirmi incontro e ho capito che c’era in effetti un sacco di cose con cui dovevo fare i conti.

… Un percorso terapeutico che va avanti da oltre due anni e mezzo e che, oggi, sta dando finalmente i suoi frutti con una ritrovata serenità:

“Ora sono in grado di prendere sul serio il mio lavoro, e di fare lo stesso con la mia vita privata e di versare sangue, sudore e lacrime nelle cose che fanno davvero la differenza e in quelle che penso possano fare la differenza per gli altri”.

Da questi stralci dell’intervista possiamo ben comprendere, come il dolore del lutto possa colpire in maniera subdola e invalidante l’equilibrio emotivo nella vita, di ognuno di noi.

Queste parole così sentite e ora coscienti, rivelano la tragicità, l’enormità della perdita che ha segnato il bambino Harry, e interrotto la vita dell’uomo adulto.

Egli è ora cosciente che per oltre vent’anni è stato costretto a negarsi tutte le emozioni che la vita gli offriva, per difendersi dal dolore inelaborabile della sua perdita.

Si può comprendere da questo racconto, come sia complesso e individuale il nostro modo di gestire traumi così tragici.

Possiamo immaginare che il giovane principe Harry, possa aver avuto molte possibilità e la totale disponibilità di tutta la sua famiglia, se non la comprensione del mondo intero, riguardo il dolore che la vita lo ha costretto ad affrontare, ma oggi lui stesso ci fa capire quanto la decisione di chiedere aiuto dipenda dalla persona stessa, e da lei soltanto.

Il principe infatti ringrazia in questa intervista suo fratello William per averlo più volte incitato a chiedere aiuto, ma la decisione è del tutto personale e dipende anche dalla vita stessa.

Questa importante campagna di sensibilizzazione verso la sofferenza psicologica ha un alto valore sociale, che speriamo possa trovare anche nel nostro paese, e nell’Europa tutta, altri interlocutori nazionali, al fine di superare lo stigma della malattia mentale, riuscire a parlare di sé e delle proprie sofferenze con specialisti della salute mentale, può ridare la gioia di vivere.

Fonte: The telegraph