È giunto il momento di cominciare a fare delle riflessioni cliniche sui primi esiti evidenti degli eventi occorsi in quest’ ultimo anno.
Durante la pandemia tutti i nostri equilibri psicologici, ma anche fisici e sociali sono stati stravolti, le persone si sono trovate prive dei propri abituali “rifornimenti narcisistici” affettivi e relazionali che connaturavano il loro vivere quotidiano.
Per un tempo molto lungo le persone si sono trovate in una situazione di pericolo per la propria sopravvivenza, sottoposti a ristrettezze e riduzioni degli apporti fisici ed emotivi su cui solitamente basavano l’equilibrio psicoaffettivo; siamo stati tutti privati delle attività relazionali e fisiche che generano sia a livello psicologico che a livello biochimico nel corpo e quindi anche nel cervello, il nostro equilibrio di salute.
Il Benessere è sempre una costruzione attiva che deriva dalle nostre attività mentali e fisiche, non é mai dato, ne costante nel tempo; lo sa bene chi teme ed evita ogni piccolo cambiamento della propria routine e la costruisce ogni giorno e in ogni particolare sempre uguale.
L’arrivo della pandemia e quindi tutte le misure precauzionali di Protezione Civile e di salute pubblica hanno con violenza interrotto il fluire della nostra vita come la conoscevamo e come la vivevamo prima.
Ogni giorno provvediamo al nostro fabbisogno emotivo, affettivo, sociale, economico, operando scelte, mettendo in campo azioni e relazioni, per mantenere il nostro equilibrio di benessere.
Se da un lato le misure restrittive ci hanno protetto e hanno impedito al virus di mietere milioni di vite, dall’altra ci hanno necessariamente fatto pagare un prezzo molto alto limitando al minimo il nostro spazio relazionale.
Questa frattura violenta e inaspettata del nostro percorso di vita precedente ha tutte le caratteristiche del trauma, di conseguenza non possiamo che aspettarci le ripercussioni che un trauma emotivo genera.
Uno dei primi aspetti più eclatanti della risposta adattiva ad un trauma, cioè come cerchiamo di stare meglio, è quello di trovare alternative “sedative” al dolore e alla frustrazione che più o meno consapevolmente si sta vivendo.
Esattamente come prevedibile a causa di carichi emotivi e psicologici al di sopra della nostra precedente capacità di tollerare eventi avversi, questa pandemia ha fatto aumentare per esempio i casi di dipendenza e di abuso, da alcool, da tabacco, da sostanze, da Internet, da gioco d’azzardo, da shopping compulsivo.
Le vendite on Line, i negozi di arredamento, i supermercati hanno visto impennare i propri utili.
Ogni fascia di popolazione ha visto modificare in modo significativo le proprie peculiari abitudini quotidiane.
Iniziamo a valutare le conseguenze della pandemia dalle persone che di più hanno pagato in termini assoluti.
È giunto il momento di cominciare a fare delle riflessioni cliniche sui primi esiti evidenti degli eventi occorsi in quest’ ultimo anno.
Durante la pandemia tutti i nostri equilibri psicologici, ma anche fisici e sociali sono stati stravolti, le persone si sono trovate prive dei propri abituali “rifornimenti narcisistici” affettivi e relazionali che connaturavano il loro vivere quotidiano.
Per un tempo molto lungo le persone si sono trovate in una situazione di pericolo per la propria sopravvivenza, sottoposti a ristrettezze e riduzioni degli apporti fisici ed emotivi su cui solitamente basavano l’equilibrio psicoaffettivo; siamo stati tutti privati delle attività relazionali e fisiche che generano sia a livello psicologico che a livello biochimico nel corpo e quindi anche nel cervello, il nostro equilibrio di salute.
Il Benessere è sempre una costruzione attiva che deriva dalle nostre attività mentali e fisiche, non é mai dato, ne costante nel tempo; lo sa bene chi teme ed evita ogni piccolo cambiamento della propria routine e la costruisce ogni giorno e in ogni particolare sempre uguale.
L’arrivo della pandemia e quindi tutte le misure precauzionali di Protezione Civile di salute pubblica hanno con violenza interrotto il fluire della nostra vita come la conoscevamo e come la vivevamo prima.
Ogni giorno provvediamo al nostro fabbisogno emotivo, affettivo, sociale, economico, operando scelte, mettendo in campo azioni e relazioni, per mantenere il nostro equilibrio di benessere.
Se da un lato le misure restrittive ci hanno protetto e hanno impedito al virus di mietere milioni di vite, dall’altra ci hanno necessariamente fatto pagare un prezzo molto alto limitando al minimo il nostro spazio relazionale.
Questa frattura violenta e inaspettata del nostro percorso di vita precedente ha tutte le caratteristiche del trauma, di conseguenza non possiamo che aspettarci le ripercussioni che un trauma emotivo genera.
Uno dei primi aspetti più eclatanti della risposta adattiva ad un trauma, cioè come cerchiamo di stare meglio, è quello di trovare alternative “sedative” al dolore e alla frustrazione che più o meno consapevolmente si sta vivendo.
Esattamente come prevedibile a causa di carichi emotivi e psicologici al di sopra della nostra precedente capacità di tollerare eventi avversi, questa pandemia ha fatto aumentare per esempio i casi di dipendenza e di abuso, da alcool, da tabacco, da sostanze, da Internet, da gioco d’azzardo, da shopping compulsivo.
le vendite on Line, i negozi di arredamento, i supermercati hanno visto impennare i propri utili.
Ogni fascia di popolazione ha visto modificare in modo significativo le proprie peculiari abitudini quotidiane.
Iniziamo a valutare le conseguenze della pandemia dalle persone che di più hanno pagato in termini assoluti.
La terza età, gli over 65, ha visto azzerate le attività di contatto sociale, come i viaggi, gli scambi culturali, gli spazi di svago come il ballo o il gioco delle carte, o quelli di cura affettiva dei propri nipoti, per la riduzione dei contatti sociali anche con i propri familiari, tutte attività che di solito permettono di affrontare meglio le iniziali problematiche del decadimento fisico e cognitivo.
Gli anziani residenti nelle RSA, la quarta età, gli over 85, hanno passato più di un anno senza poter, né vedere né abbracciare, i propri cari dal vivo, con l’impossibilità di beneficiare di tutti i servizi di supporto, che garantiscono le normali attività di stimolo cognitivo.
La necessità di salvaguardare la loro stessa vita ha tolto la possibilità di far circolare operatori educatori psicologi all’interno delle strutture e quando non abbastanza ben valutato, il contatto tra operatori e anziani ha decimato gli ospiti delle RSA.
“Il quinto Rapporto prodotto congiuntamente dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) e dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) [ datato 5 marzo 2021 ndr] presenta un’analisi della mortalità dell’anno 2020 per il complesso dei decessi e per il sottoinsieme dei soggetti positivi al Covid-19 deceduti; fa, inoltre, il punto sulle principali caratteristiche dell’epidemia e i loro effetti sulla mortalità totale, distinguendo tra la prima (febbraio- maggio 2020) e la seconda (ottobre-gennaio 2021) ondata epidemica.
….i morti della popolazione con 80 anni e più che spiega il 76,3% dell’eccesso di mortalità complessivo; in totale sono decedute 486.255 persone di 80 anni e oltre (76.708 in più rispetto al quinquennio precedente).” [ nonostante tutte le attività di prevenzione del contagio e cura della malattia dovuta al Covid-19 ndr].
Oltre al danno sociale dovuto alla scomparsa di decine di migliaia di anziani in più, a causa della trasmissione del contagio, le famiglie costrette anche loro in situazioni di quarantena o isolamento durante il lockdown, hanno incamerato dosi di dolore e sofferenza notevoli senza poterle elaborare adeguatamente o affrontare o scaricare attraverso attività compensatorie significative.
Gli adulti che per ragioni di lavoro si trovavano lontani da casa o dalla famiglia, o addirittura fuori dal territorio nazionale, all’estero, hanno vissuto un particolare e specifico tipo di isolamento sociale, a cui è stato possibile fortunatamente porre un argine, attraverso l’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, sempre più efficienti e diffusi.
Abbiamo visto quanto, dentro le mura domestiche, le persone siano riuscite attraverso una normale resilienza, a mettere in campo attività come la cucina, la lettura, il riordino degli spazi privati, il bricolage, la ginnastica, a integrare con attività fisiche e mentali l’aumento dello stress negativo (distress).
Una parte della popolazione appartenente alla fascia d’età adulta si è trovata però anche a perdere i propri cari anziani, senza poter dar loro neanche un ultimo saluto, altri hanno potuto incontrarli soltanto attraverso i telefonini quando questo era possibile e certamente sfidando una normale difficoltà degli anziani over 75 ad usare la tecnologia.
La popolazione adulta ha dovuto d’altro canto anche fronteggiare il trauma di perdere per la malattia dei coetanei, confrontarsi con relazioni coniugali talvolta molto disfunzionali e conflittuali, che in condizioni di convivenza forzata hanno fatto aumentare le violenze domestiche.
Non abbiamo ancora dei dati realistici di quanto questo fenomeno, ancora tanto spesso disconosciuto abbia inciso sulla vita delle famiglie, delle donne e nel vissuto dei bambini.
I genitori hanno dovuto farsi carico di figli che a seconda delle classi di età diverse, con conseguenti relative necessità differenti si sono ritrovati in DAD facendo lezione seduti sul proprio lettino, privi inoltre di tutte quelle attività di relazione sociale e sportive che sono altamente educative e formative per la personalità in crescita dei bambini e dei ragazzi.
Tutta la popolazione dai 0 ai 100 anni ha sofferto moltissimo di quello che è stato definito il “distanziamento sociale”, che sarebbe stato molto più preciso e saggio definire “distanziamento fisico”, ma che ha portato con sé la sospensione brutale di tutte quelle attività relazionali di vario ingaggio emotivo, dal più intimo al più allargato.
La fascia d’età giovanile e adolescenziale si è trovata in questa pandemia con un ruolo purtroppo molto difficile da sopportare; lo scoprire dai dati che i bambini e i più giovani non venivano colpiti in maniera mortale dal virus, li ha definiti loro malgrado come un bersaglio della scarica di quelle sofferenze e frustrazioni degli adulti, che si vedevano l’oggetto di pericolosi “untori” inconsapevoli; ora sappiamo che anche i giovani e alcuni bambini hanno avuto severe ripercussioni fisiche oltre a quelle psicologiche nel contatto con il virus della Sars-CoV-2.
Persino i nostri amici a quattro zampe, i nostri cani in particolare, se da un lato hanno beneficiato, e noi con loro, della possibilità di uscire liberamente per i propri bisogni fisiologici, hanno però visto modificare sensibilmente gli equilibri di spazio fisico ed emotivo all’interno delle abitazioni. Molti degli animali che già soffrivano di fobie o ansie non potendo socializzare in maniera adeguata con i propri simili o assorbendo le tensioni familiari si sono trovati molto sotto pressione e sono peggiorati nei loro sintomi; certamente invece quegli esemplari che soffrivano per esempio da ansia di separazione sono temporaneamente migliorati per la vicinanza costante dei loro amici umani sempre accanto a loro; salvo ripeggiorare al ritorno di una vita “normale”.
Dal punto di vista sociologico c’è comunque necessità di rimarcare che l’arrivo della pandemia si è inserito in un contesto socio-economico già estremamente disagiato, dove i giovani si trovavano già in una situazione particolarmente ostica dal punto di vista lavorativo e sociale.
Il loro vissuto precedente di esclusione, o estrema difficoltà di entrare nel mondo del lavoro, in una società, la nostra, orientata massimamente al consumo e al raggiungimento di ideali di bellezza e successo spesso totalmente inadatti o impossibili da raggiungere dalla maggior parte della popolazione normale, ha trovato i giovani, gli adolescenti, ma anche i bambini sottoposti ad un potente mix di frustrazioni nella totale impossibilità di operare alcuna elaborazione adeguata, senza che gli adulti, pur presenti accanto a loro, ma sottoposti anche loro a condizioni psico-emotive estremamente difficili, potessero essere un adeguato sostegno, un argine o un anche soltanto uno spazio emotivo di contenimento.
Senza lo spazio sociale della scuola, con situazioni lavorative da protette a marginali, molte famiglie sono implose, senza che si potessero operare maggiori interventi di sostegno a carattere nazionale, oltre a quelli offerti nelle più svariate attività dai moltissimi volontari di Protezione Civile, tra i tanti la mia partecipazione alle attività di sostegno psicologico telefonico con @SipemSosFed e @MinisteroSalute è stata intensissima.
Dal punto di vista psicologico e psicofisico stiamo cominciando ora a valutare le ricadute di questa pandemia, la prima cosa che salta all’occhio è l’aumento di tutte le dipendenze, quelle da tabacco, da alcool o da altre sostanze come droghe o farmaci da prescrizione medica (come ansiolitici, ipnotici del sonno, antidepressivi, da banco o fitoterapici) da abuso di Internet, incremento della ludopatia, o shopping compulsivo.
Ad una prima grossolana valutazione risulta evidente che i normali bisogni delle persone, di gratificazione, di apprezzamento, di condivisione, senza escludere sia l’aspetto fisico che quello psichico, siano andati molto verso “l’abuso di”
In determinati momenti ci siamo trovati totalmente privi di un qualsiasi tipo di godimento accettabile, da percepire dei livelli di frustrazione ansia e malessere così forti da doverli compensare abbassare fronteggiare con un “consumo aumentato” di quello che trovavamo a disposizione, per sedare il malessere stesso o talvolta il dolore.
Sono quindi aumentate tutte le attività che era possibile effettuare sia con la fantasia che con la manualità ma all’interno delle mura domestiche, favorendo in qualche caso la possibilità di un aumento della condivisione emotiva e di gioco all’interno della famiglia stessa. Sappiamo molto bene che la psiche ha delle grandi capacità di adattamento, ma ogni persona ha bisogno di trovare il proprio equilibrio con se stessa e in relazione con gli altri, la costruzione di questo benessere viene messo in discussione ogni volta che la persona subisce un trauma, cioè la frattura del precedente flusso vitale in maniera inaspettata e violenta.
Se al trauma dell’interruzione del proprio equilibrio Bío Psico Sociale abbiamo dovuto aggiungere anche una diminuzione non temporanea ma di lungo termine, di tutti gli strumenti necessari e indispensabili per compensare e affrontare il traumastesso, ecco che necessariamente con le proprie modalità ogni persona ha dovuto aumentare le proprie dosi di godimento.
Questa operazione di “abuso di” è stata comunque funzionale, utile, al mantenimento di un equilibrio seppur anomalo, come accade in ogni emergenza; ora si tratta di prevedere e organizzare non il ripristino dell’equilibrio precedente perché sappiamo che successivamente ad un trauma, non è possibile rimuoverlo, o dimenticarlo o evitare di affrontarlo, il nostro cervello ne registra e immagazzina molte tracce.
Ora è necessario utilizzare tutte le esperienze vissute, sia negative che positive, accumulate durante la pandemia, per costruire nuovi equilibri più dinamici, che tengano conto di tutte le nuove capacità che abbiamo sviluppato.