Essere un EXPAT italiano

Essere un expat italiano
È ormai entrata nel gergo comune la parola expat, un neologismo che l’Enciclopedia Treccani https://www.treccani.it/vocabolario/expat_(Neologismi)/# definisce : “Chi si stabilisce temporaneamente o definitivamente all’estero per motivi di lavoro”

Il verbo inglese expatriate, espatriare, ha in sé il significato stesso dell’emigrazione in un’altra nazione, è composto infatti da ex e patria, cioè lasciare la terra natia.

Il neologismo odierno che leviga e sintetizza, ci ha dato il temine EXPAT, che oggi vale appunto per tutti coloro che stabiliscono temporaneamente o in maniera definitiva la propria vita, lavorativa o di studio all’estero.

Le modifiche sostanziali nella facilità degli spostamenti, sia a terra che in aria, la presenza costante dei mezzi di comunicazione personale nel nostro quotidiano, hanno facilitato in maniera estrema la mobilità fisica, e abbattuto le distanze.

Per fare un esempio l’emigrazione del secolo scorso verso le Americhe di italiani che andavano a cercar fortuna, vedeva la maggior parte di quei viaggi, molto lunghi e costosi, esprimersi in una sola direzione, verso il sogno americano appunto; si tornava solo dopo anni se si era fatta fortuna.
Ora si può fare il giro del mondo in meno di 80 giorni, e potendoselo permettere si può anche andare in orbita.
La tecnologia ha paradossalmente annullato le distanze, basta un collegamento Internet di media velocità e ci si può parlare e vedere stando ai due estremi del mondo, e ci si sente “come se” fossimo a casa o vicini ai nostri affetti.
La semplificazione e la facilitazione dei viaggi e della comunicazione aumentano la possibilità quindi di spostarsi o “sentirsi” vicini, ma “essere” fisicamente in un altro luogo, lontani da casa e dagli affetti familiari é differente.

Vivere all’estero è un’esperienza reale che modifica in maniera sostanziale lo stile di vita e di conseguenza i vissuti emotivi.

È diventata prassi comune per una larga fascia d’età di persone muoversi, viaggiare non solo per svago, ma anche per studio e lavoro; nell’adolescenza per i viaggi studio, per gli universitari con l’Erasmus, sino a coloro che scelgono di lavorare in una nazione diversa da quella di nascita.
Si è venuta a creare una “condizione sociologica” quella dell’expat appunto, che vede molti giovani cittadini europei come migranti culturali, con tutte quelle modifiche sociali e psicologiche che si instaurano nelle persone quando hanno deciso di vivere all’estero, seppur temporaneamente.

La vita dell’expat è però diversa dalla posizione di chi anni fa o anche oggi emigra, per esempio dal nostro Sud al Nord, anche se ancora oggi “il pacco da giù” è un mondo di affetti sapori e ricordi, vivere in un altro paese, seppur per la maggior parte appartenente all’Europa geografica o politica, è un’altra cosa.

Le differenze sociologiche, politiche, di clima, di comportamento, gli atteggiamenti culturali come le abitudini alimentari, le relazioni familiari, i rapporti di lavoro, sono tutte variabili per cui bisogna mettersi in gioco ogni giorno.


Trasferirsi per lavoro in un paese lontano dall’Italia poi, può far sentire molto isolati, anche se ci si trasferisce con la famiglia. Le capacità comunicative o sociali di ognuno vengono messe a dura prova in contesti culturali e lavorativi differenti dal nostro, esiste uno sforzo di adattamento, mentale e fisico che diventa con il tempo una fatica impercettibile ma presente.

Il desiderio di integrazione, di partecipazione attiva, di accettazione del contesto lavorativo o accademico, sommati, diventano un carico emotivo che può non essere riconoscibile, ma che può portare lo stress oltre un livello di tollerabilità che sfocia nella perdita del proprio equilibrio; la fatica emotiva è una variabile da tenere in considerazione.

Vivere all’estero come expat italiano può suscitare una vasta gamma di emozioni e ci mette nelle condizioni di dover confrontarci con esperienze che spesso non sono evitabili.

Ecco alcune variabili da considerare.
Nostalgia di casa, molti sento la mancanza della famiglia, degli amici, della cultura italiana, in cui il cibo, la lingua, la nostra gestualità la fanno da padrone
Adattamento culturale, l’integrazione in una nuova cultura può essere sia eccitante che frustrante, imparare nuove abitudini, modi di fare, addirittura una nuova lingua richiede tempo e pazienza, può portare frustrazioni e sentimenti di estraniamento
Crescita personale, vivere all’estero offre molte opportunità di crescita personale, gli expat spesso sviluppano nuove competenze e diventano più indipendenti e resilienti
Opportunità professionali per molti trasferirsi all’estero rappresenta una scelta legata a migliori opportunità di lavoro e carriera, può essere molto stimolante lavorare in ambienti internazionali e altamente diversificati
Solitudine, specialmente nei primi mesi la solitudine può essere un problema serio, creare una nuova rete sociale richiede tempo e può essere difficile all’inizio, talvolta le differenze culturali sono insormontabili
Orgoglio e identità, molti expat italiani mantengono un forte senso di identità nazionale e trovano modi per celebrare la cultura italiana partecipando alle attività delle comunità italiane locali o celebrando le festività italiane. Talvolta questa forte identità può essere di ostacolo a integrazioni di successo
Scoperte avventure, esplorare la nuova città e il nuovo paese offre sensazioni e emozioni molto stimolanti e ricche di eventi piacevoli
Differenze burocratiche, entrare in contatto con strutture istituzionali differenti mette alla prova la nostra capacità di adattamento, ma da italiani, credo che essendo cresciuti tra i nostri bizantinismi burocratici, il più delle volte si impara ad affrontarli velocemente
Conflitti di identità, spesso gli expat italiani propio per la loro forte identità, possono sentirsi divisi tra le due culture, in un conflitto che è generato dalla contrapposizione tra la “madre lingua” e gli aspetti che contrastano nel paese in cui si vive; ci si può sentire non completamente a casa nel nuovo paese e non più così a casa nel paese d’origine
Soddisfazione e successo, nonostante tutte queste sfide, molti aree personali trovano grande soddisfazione e un forte senso di realizzazione personale e professionale nella loro nuova vita all’estero.

Anche se dopo delle esperienze all’estero si rientra nella città natia, la propria vita riporta un cambiamento sostanziale nelle persone che sono state expat, tutte le esperienze vissute, le difficoltà superate, i successi raggiunti, arricchiscono in maniera definitiva e sostanziale l’approccio alla gestione della propria vita.

Può accadere che nel rientrare nel paese natio, o addirittura nel luogo di nascita, dopo un primo momento di “luna di miele” si possano evidenziare delle criticità rispetto a quello che si è lasciato all’estero e che non può essere ritrovato o integrato in Italia.

Alcune persone attraversano un periodo di riadattamento, più o meno lungo, per riuscire a trovare un equilibrio nuovo, mettendo a frutto tutte le esperienze accumulate, ma elaborando una separazione da quello di diverso ma piacevole, a cui si erano abituati all’estero.

Nel tornare si potrà evidenziare una diversità con chi è rimasto, ex compagni di scuola, familiari, amici; a volte queste differenze di valutazione del quotidiano, di prospettiva sociale o economica possono essere rilevanti.
Credo però che tutto ciò che è diverso da uno, porta in sé la possibilità di dare un contributo all’altro, e che queste diversità possano quindi essere messa a frutto, piuttosto che vissuta come ostacoli.

In sintesi credo che inserire nella propria formazione personale qualche tempo di vita come expat, sia un po’ l’equivalente attuale del “grand tour”
https://it.wikipedia.org/wiki/Grand_Tour accessibile ora a quasi tutti i giovani.

Le grandi aziende sono sempre più attente al benessere psicologico dei propri dipendenti

Collaboro come consulente con Healthy work,

una società internazionale di consulenza aziendale con sede a Madrid, che si occupa di programmi di assistenza ai dipendenti 24/7, (ad ogni ora e ogni giorno) con erogazione di supporto psicologico ai dipendenti di corporates internazionali.
Questa esperienza clinica di contatto professionale con persone inserite in organizzazioni aziendali di grandi dimensioni ha peculiarità specifiche, sia per quanto riguarda la tipologia delle richieste di supporto, che per le fasce d’età che accedono al servizio.
La mia esperienza ormai ventennale nella consulenza di direzione aziendale, come fondatrice prima di GS&M (Global Service & Maintenance) e come consulente di Healthy Work oggi, mi consente di entrare con dimestichezza nel mondo delle dinamiche organizzative dei teams.

I complessi scambi gerarchici tra senior e junior manager, o le inevitabili conflittualità di prestazioni tra i membri di un’area funzionale sono tra le più frequenti aree di intervento per il servizio online; invece per le richieste dirette di consulenza per i senior manager, spesso effettuo colloqui vis a vis dove lo scambio e il contatto più intenso permettono di affrontare più in profondità le situazioni di crisi.

Le compagnie internazionali di grandi dimensioni hanno organigrammi (organizational chart) estremamente complessi;

il mercato impone oggi repentini e radicali cambiamenti dovuti a acquisizioni o diversificazioni, dove la “risorsa umana”, cioè i dipendenti, siano essi operai specializzati, come nell’area manifatturiera, o manager dell’area marketing, vengono dirottati in altre aree di interesse, accorpati ad altre funzioni operative o licenziati con una mail.

Il livello di performance lavorativa richiesta in queste organizzazioni è attentamente monitorato e valutato, con incentivi per il miglioramento costante o nel caso la risorsa umana si discosti dalla performance attesa, con pesanti attacchi, purtroppo spesso personali.
Il livello di distress all’interno di questi teams e le dinamiche relazionali gerarchiche e di staff sono spesso molto onerose a livello psicologico.

I senior manager hanno carichi di lavoro molto schiaccianti e un numero di collaboratori “sottoposti” che spesso supera le decine, se non centinaia, divisi tra aree geografiche, talvolta completamente differenti, si pensi a quando si arriva a livello WORLD.


Nell’ottica del mercato, l’efficienza e la misurazione delle risorse, sono quindi parametri indispensabili anche quando si parla di risorse umane, HR.

La macchina organizzativa deve essere sempre al massimo dell’efficienza per poter produrre i beni o i servizi richiesti, quindi il livello di manutenzione delle macchine, (risorse tecnologiche) o delle persone, (risorse umane) è sempre importantissimo e fondamentale.

Come immaginabile in un’ottica meccanicistica la gestione delle risorse umane è spesso gestita allo stesso modo della gestione dei macchinari, gli esperti di HR si occupano, per l’azienda, della migliore selezione e valutazione delle capacità prestazionali dell’individuo risorsa umana,


ma non possono per il ruolo che ricoprono, rispondono anch’essi all’azienda, né spesso sono in grado professionalmente, di valutare la risorsa umana nei suoi aspetti psicologici clinici.

Ecco quindi che la consulenza psicologica esterna è divenuta per alcune corporates parte dei pacchetti di benefits per i “colletti bianchi”, soprattuto perché tutela in massima misura la privacy del dipendente, ma è anche un parametro neutro sulla funzionalità di alcune aree.

Ho notato nel tempo, che più grande e internazionale è l’azienda, più è alta  l’attenzione al collegamento tra prestazione e benessere delle proprie risorse umane.
Ritengo questa area del mio lavoro molto importante, perché mi permette di inserire la mia esperienza e le mie competenze professionali, in una linea di intervento che tutela la salute psicologica e la vita lavorativa.

Ho potuto sostenere ed aiutare junior manager a passare in altre aree funzionali, a reggere e affrontare il “bossing”, a decidere di cambiare compagnia o lavoro, in momenti lavorativi all’interno del loro ciclo di vita spesso giovanile.

D’altro canto ho potuto aiutare general manager, e capi stabilimento, a gestire un eccesso di distress che li aveva fatti entrare in burn-out, sostenendoli nell’operare valutazioni e ottimizzazioni nei loro rapporti professionali sia interni che esterni all’azienda; facilitandoli nell’elaborazione di decisioni personali ed individuali nel momento di maturazione della vita che trova la massima espressione di tutte le potenzialità umane.

Come parlare della guerra ai bambini e agli adolescenti

In questi giorni, marzo 2022,  la nostra Europa sull’onda, speriamo finale, della Pandemia è suo malgrado entrata a contatto con una guerra molto vicina a noi, e che ci coinvolge direttamente, non soltanto dal punto di vista politico ma anche umanitario.

Ma cos’è la Guerra militare? e perché è diversa da una guerra psicologica, una guerra familiare, una guerra digitale.
La GUERRA è la sconfitta della possibilità di trovare un accordo rispettoso e equo per entrambe le parti in causa, ma se un conflitto può essere da solo verbale sino a aspro e violento, l’uso della forza fisica e delle armi per annientare a morte il volere dell’altro su larga scala, è una decisione violenta e distruttiva per tutti, che non lascia margini di recupero, ed è definitiva!
Le trattative o gli accordi di pace, non riparano i lutti e gli orrori della guerra!

Spiegare la guerra ai bambini è molto difficile, perché a loro risulta subito chiaro che è una soluzione ingiusta, che genera lutti e che ha quindi un costo enorme.

I bambini rimangono confusi perché gli adulti che fanno queste azioni incoerenti, sono poi quelli che giudicano sbagliati i conflitti infantili e per i quali puniscono i bambini stessi!

Molti genitori, vedendo cosa sta succedendo in Ucraina, si stanno facendo questa domanda, come devo parlare della guerra ai miei figli, cosa devo dire e cosa non dire.

Bisogna parlare della guerra?
La risposta è SI, ma il come è fondamentale.

È indispensabile parlarne, perché abbiamo a che fare con eventi che generano PAURA e quindi il sentimento di protezione e di sicurezza deve essere sia per gli adolescenti, ma in particolare per i bambini molto alimentato e ripetuto, i nostri figli vanno rassicurati che in questo momento noi siamo al sicuro.
Attenzione però, purtroppo la nostra funzione genitoriale in questo caso deve esprimersi molto accuratamente, non basta dire andrà tutto bene, è sempre necessario chiedere ai bambini come si sentono e farli parlare delle loro emozioni, sono tristi, preoccupati, spaventati?
È necessario chiedere che cosa hanno capito riguardo questa guerra, o più in generale dell’evento difficile che stiamo attraversando assieme, sia esso un evento naturale come un terremoto o un problema familiare.

Quindi nel rispetto dell’età dei bambini, del loro atteggiamento e dei loro vissuti si può chiedere loro come si sentono, parlandoci, ma si può anche lasciarli continuare la loro vita di sempre.
Può accadere infatti, che sia i bambini, ma in particolare gli adolescenti, siano disinteressati o siano addirittura indifferenti a quello che sta accadendo in Ucraina, o a qualsiasi evento politico o naturale che ci coinvolge; fa parte della loro normale gestione delle emozioni contrastanti, potranno essere più interessati ai prossimi concerti dei cantanti o delle band che amano, o ai campionati di calcio, o a quelle attività che in quel momento attirano tutta la loro attenzione.

Se non è qualcosa a cui vogliono pensare o di cui vogliano discutere, non è necessario forzare una conversazione o cercare di convincerli a impegnarsi in preoccupazioni sulla guerra, dobbiamo lasciare che esprimano i loro interessi, e sentire che alla loro età questo può essere normale e accettabile.

RISPONDERE alle DOMANDE
Se ci fanno delle domande invece occorre mettere in pratica delle azioni chiare.
La differenza più importante dell’azione genitoriale sta nell’età dei bambini, sino alla preadolescenza 11/12 anni, innanzitutto è necessario proteggerli da immagini e notizie violente.
Mentre i preadolescenti e gli adolescenti sono costantemente informati dai social media, cerchiamo di mantenere un livello di protezione minimo per i bambini più piccoli.
Il sentimento di protezione e di sicurezza che i nostri figli, di tutte le età, percepiscono, dipende sostanzialmente da NOI, lo comunichiamo non solo con le parole, ma con i comportamenti, con le comunicazioni non verbali, il tono della voce, i nostri movimenti; se ci vedono e sentono preoccupati, agitati, in costante ricerca di notizie o in discussioni più o meno accese con altri adulti, aumenteranno il loro livello di allarme e andranno in ansia, e ci chiederanno cosa sta succedendo.

D’altra parte è giusto insegnar loro ad affrontare situazioni difficili, ma con la dovuta calma e riflessione, non dobbiamo tacere su tutto e escluderli dal mondo che dovranno un giorno affrontare da soli, il nostro compito non è solo di proteggerli, ma anche di fornirgli strumenti di stima e di valutazione che potranno poi usare da grandi.

GESTIRE LE NOSTRE EMOZIONI
Quindi è necessario in prima battuta gestire le nostre emozioni, che non vuol dire nasconderle, ma saperle riconoscere e dar loro un nome, difronte agli eventi di questi giorni sentiamo preoccupazione, agitazione, ansia, angoscia, paura, orrore.

Sapendole riconoscere riusciamo meglio a gestirle e a decidere se e come comunicarle.

COSA e COME SENTONO I BAMBINI
Ad es: In una situazione difficile, un lutto, un problema familiare, se i bambini ci vedono piangere e noi ci nascondiamo senza spiegare cosa ci sta accadendo, li mettiamo molto in allarme.
I bambini piccoli hanno un normale sentimento di base, chiamato “egocentrismo infantile”, che li porta a sentire di essere al centro del mondo, che sentono come tutto LORO o meglio riferito a se stessi.

Se qualcosa non va nel LORO mondo si domandano se siano loro ad aver causato quella situazione, se non vengono aiutati a capire cosa sta succedendo di “brutto”, cercheranno nella loro mente dei motivi a quello che sta accadendo, costruendo delle spiegazioni alla loro portata intellettiva e emotiva.
Se non trovano nell’adulto un momento per parlarne e per capire, possono rimanere confusi, allarmati e preoccupati, si daranno delle spiegazioni generate dalle loro fantasie, che finiranno con il sentire come fatti, attribuendosi magari delle responsabilità o delle colpe a cui noi non penseremmo mai.

Queste situazioni sono ansiogene e sono momenti in cui si genera la possibilità di sviluppare sintomi sia psicologici che fisici, come nervosismo, pipì a letto, aumento dei capricci, pianti improvvisi, inappetenza o voracità.
Contrariamente a quanto si pensa più i bambini sono piccoli meno hanno strumenti mentali per capire eventi complessi, più è necessario tranquillizzarli, fornendo loro spiegazioni semplici  a quello che sta accadendo,” ….STANNO ACCADENDO delle BRUTTE COSE per questo sono preoccupata, ma tu stai tranquillo, ci pensiamo noi grandi…”Ai bambini i sentimenti e le emozioni arrivano molto chiaramente, (anche ai bambini che ancora non parlano), ma non avendo le competenze intellettive per capire cosa sta accadendo, ne per poter chiederci spiegazioni, senza il nostro aiuto non possono affrontare queste emozioni.
Quindi non dobbiamo assolutamente pensare che i bambini più piccoli non si accorgano di quello che sta accadendo intorno a loro!

 

COSA SENTONO GLI ADOLESCENTI
Con gli adolescenti ci possiamo relazionare in maniera differente, i ragazzi sono costantemente connessi al web attraverso i social media, hanno accesso a un’enorme quantità di notizie, spesso manipolate, e saranno già ben consapevoli di quello che sta accadendo in Ucraina, ma anche in Russia.
Analizzare assieme ad esempio una mappa della Russia e dell’Ucraina, in modo da poter visualizzare dove si trovano questi paesi in Europa e dove invece viviamo noi, può essere utile per capire quale sia il livello di sicurezza che in questo momento abbiamo.
Con i più grandi può anche essere utile affrontare il concetto di guerra dal punto di vista storico, o geopolitico, sempre sintonizzandoci sul desiderio di capire, in questo caso dell’adolescente.
Dobbiamo comunque rassicurarli, oggi, noi, dalle nostre case possiamo dire che è altamente improbabile che saremo direttamente colpiti dai combattimenti e dai bombardamenti che stanno accadendo in quella regione.
È necessario comunicare il senso di protezione e sicurezza che vivono nella loro casa con noi, hanno già dovuto affrontare due anni di PANDEMIA!

Gli adolescenti vivono immersi in un mondo di emozioni contrastanti e conflittuali, quindi è necessario parlare con loro dei nostri e dei loro sentimenti, mantenendo lucidità e calma, spiegando che siamo preoccupatiche possiamo essere spaventati, ma che cerchiamo di mantenere un nostro sentimento di stabilità di base, che nonostante gli eventi difficili ci permette di andare avanti con la nostra vita.

MANTENERE ROUTINE QUOTIDIANE
Dobbiamo infatti mantenere, dove e come possibile, in ogni momento di una qualsiasi emergenza le nostre normali routineDopo ogni evento traumatico, è importante che i bambini e i ragazzi tornino a una vita normale il più rapidamente possibile, quindi, che si tratti di continuare a fare i compiti, o andare alle lezioni di nuoto, o fare delle attività che li divertono, incontrarsi con gli amici, semplicemente è giusto attenersi alle normali attività precedenti l’evento emergenziale.
Durante l’emergenza stessa, tutto quello che riguarda lo studio e le attività ludiche devono essere mantenute il più possibile, proprio per dare un senso di continuità, di valore e di rispetto dei loro spazi mentali ed emotivi, questo aiuta anche a affrontare il TRAUMA in corso, ecco perché vediamo che in emergenza con i soccorsi di Protezione Civile, ONG o associazioni umanitarie, arrivano sempre per i bambini, oltre che cibo e vestiti, anche libri, giochi, pastelli, colori, fogli per disegnare, e c’è sempre del personale specializzato per seguire i momenti delle loro attività extra-familiari.

Allo stesso modo, iniziative come contribuire alla donazione di qualcosa di proprio, come vestiti, o partecipare all’acquisto di generi alimentari o medicinali, da donare alle associazioni di volontariato e portarli a qualche centro di raccolta, aiutano i ragazzi giovani a dare un senso a una sequenza incredibile di eventi, e a farli sentire partecipi e meno impotenti.
In ogni emergenza, dobbiamo mantenere saldo un sentimento di continuità della nostra vita, rispettare gli orari per alzarsi la mattina, per i pasti, per le attività di cura della casa.
Questo ci permette di mantenere un senso di controllo sul qui ed ora, di non sentirci stravolti e soverchiati dai fatti per quanto allarmanti o luttuosi; anche sforzarci di farlo per i nostri figli da ai nostri stessi sentimenti una forza che ci impedisce talvolta di cedere allo sconforto.
In situazioni estreme anche rassicurare i bambini e i ragazzi quando siamo tutti rifugiati in metropolitana o nei rifugi antiaerei che lì dovremmo essere più al sicuro è indispensabile, anche se ci può sembrare assurdo o incoerente.

CONTROLLO
Se sentiamo di non farcela, è importante chiedere aiuto e non nascondere o negare le difficoltà che stiamo attraversando, dimostrare cioè che anche gli adulti hanno bisogno di sostegno, serve ai ragazzi a sentire che anche loro non devono essere infallibili, che avere bisogno e chiedere aiuto è possibile, e che farlo ci può portare a conoscere cose o persone che aumenteranno la nostra qualità della vita.

In conclusione ci può capitare di avere dei dubbi su che cosa stiamo dicendo o su come dirlo, ma ammettere di essere in difficoltà o di non essere sicuri è importante, sempre mantenendo un sentimento di controllo e sicurezza di base.
Se viviamo e dimostriamo un sentimento di insicurezza in un dato momento non vuol però dire essere sul punto di crollare, vivere con l’incertezza, mostrando anche la capacità di nominare e parlare di sentimenti complessi è il modo migliore per affrontare un’emergenza.

5 cose da sapere prima di contattare uno psicologo

Come e perché contattare uno Psicologo

5 cose da sapere prima di contattare uno Psicologo

  1. Scegli tra le varie figure professionali presenti sul mercato, [vedi LEGENDA] chiedi alle persone a te vicine se hanno già avuto esperienze terapeutiche e documentati, nel web c’è tutto: millantatori e professionisti seri
  2. Valuta le differenze tra le varie figure, la regola da seguire è:  il tuo benessere emotivo riguarda la tua SALUTE, rivolgiti ad un professionista sanitario
  3. Valuta la preparazione dello Psicologo e la sua capacità di prendersi cura di te, più un professionista è preparato, più preciso potrà essere il modo di affrontare la tua problematica
  4. Per valutare il tuo disagio chiedi ad un professionista preparato; la diagnosi del tuo disturbo può essere anche molto semplice per un esperto, ma se si inizi un trattamento senza una definizione chiara, perderai tempo e aumenterai la tua confusione
  5. Consulta più di un professionista sino a che non ti “sentirai” di parlare con la persona giusta per te.

    LEGENDA :

    Qui di seguito trovi una breve spiegazione dei professionisti che operano a vario titolo nell’ambito del benessere psicologico.

    A. Chi è lo Psicologo?  Per diventare Psicologo occorrono 6/7 anni di formazione universitaria, di cui 5 anni di corsi, divisi in 2 livelli, 1 anno di tirocinio certificato, superare l’Esame di Stato, con il quale si ottiene l’abilitazione alla professione, che permette di iscriversi all’Albo dellOrdine Regionale della zona prescelta dal professionista per la sua futura attività,  nella sez A.                È possibile consultare tutti i professionisti accreditati attraverso i vari siti, es: http://www.ordinepsicologimarche.it 

    La figura professionale dello Psicologo può prestare la sua opera in molti ambiti differenti, psicologo scolastico, psicologo sportivo, delle organizzazioni, dellemergenza; per il trattamento dei disturbi psicologici è giusto rivolgersi ad uno PSICOLOGO CLINICO, o ancora meglio ad uno Psicologo-Psicoterapeuta, (vedi punto C). 

    Con l’entrata in vigore della legge n. 3 del 2018, inoltre, il mestiere dello Psicologo è stato riconosciuto tra le professioni sanitarie.

    B. Cosa fa lo Psicologo? Secondo la legge n. 56 del 1989 si occupa dunque di prevenire, diagnosticare e intervenire sui disturbi di natura psicologica ed emotiva che possono sorgere in contesti familiari, scolastici, lavorativi, emergenziali,  più in generale relazionali, fornendo sostegno a individui, gruppi o comunità.

    Tra queste attività sono compresi anche lo studio e l’analisi dei processi psichici, mentali e cognitivi, sia consci che inconsci.

    Gli strumenti tipici dello Psicologo sono:

  6. il colloquio, che può essere di consulenza, di sostegno e supporto, psicodiagnostico o anche di selezione 
  7. Il test psicologico, ossia uno strumento standardizzato utile a fornire un quadro clinico del paziente 
  8. l’osservazione e l’ascolto
  9. la relazione professionale con il paziente                                                                                                        


C
. Chi è lo Psicoterapeuta
?
È un professionista sanitario, già laureato in Psicologia o Medicina, che ha frequentato 4 anni di corso postuniversitario tenuto dal Ministero (Miur),
https://www.miur.gov.it/psicoterapia o corsi  in scuole private riconosciute dal Miur stesso.                                                                                          La sua formazione lo abilita al trattamento, attraverso la cura psicoterapeutica, che si attua principalmente attraverso il colloquio, del disagio cognitivo, psichico, affettivo e psichiatrico.

La scelta del tipo di trattamento migliore per la propria necessità di salute e benessere psichico, va valutata attentamente con il professionista.

Io prevedo almeno tre colloqui di 1 ora, (il primo gratuito) prima di concordare con il paziente, se, dopo il terzo incontro, abbiamo chiarito i dubbi che lo avevano portato a consultarmi o se sente che sia necessario fare un lavoro più approfondito iniziando una psicoterapia adatta alla sua difficoltà.

Ma scegliere il tipo di trattamento può essere difficile.

Il mio consiglio è valutare prima la carriera formativa del singolo terapeuta e dell‘approccio che ha scelto di utilizzare nei propri trattamenti.

La Psicoterapia è una terapia che cura e cambia lo stile di pensiero, il modo di approcciare e gestire i propri sentimenti, persino le connessioni nervose nel nostro cervello, e che si basa sulla parola, sullo scambio emotivo conscio e inconscio, sulla relazione tra paziente e terapeuta.

Quindi è indispensabile poter valutare il professionista più adatto per se stessi, ad intraprendere un percorso di cura.

Le innumerevoli scuole di formazione di psicoterapia, (ad oggi più di 300), hanno basi teorico-cliniche, che si differenziano per i nomi dei fondatori a cui si ispirano (Freudiana, Junghiana, Adleriana, etc), per l’ambito, (individuale, di gruppo, familiare), per l’età del paziente (infantile, per l’adolescenza, per l’adulto, per l’anziano) per le tecniche di intervento, (dinamico, analitico, cognitivo, sistemico), si differenziano però in due grandi filoni, gli approcci terapeutici che  

     1.  a) curano attraverso un lavoro con la persona sia consapevole che inconscio, che si definiscono ad orientamento psicoanalitico, o psicodinamico, come la neuropsicoanalisi ad esempio, che coniuga i costrutti teorici psicoanalitici alle nuove ricerche e scoperte delle neuroscienze

         b) prevedono per i propri professionisti, durante i quattro anni di teoria e clinica, gruppi di supervisione e di confronto, ma anche la psicoterapia personale del terapeuta, cioè la cura del curante.

      2. tutti gli altri approcci 

 

Questa differenza formativa, è sostanziale secondo me, nella scelta dello psicoterapeuta, perché permette un livello di professionalizzazione della cura molto più elevato, rispetto agli altri approcci.

I trattamenti psicoterapici ad orientamento psicoanalitico aiutano la persona a valutare, accettare, modificare aspetti di se stessa in maniera profonda e la portano ad un cambiamento duraturo nel proprio benessere. 

Esistono all’opposto professionisti specializzati in terapie di breve o brevissima durata focalizzate sulla scomparsa del malessere specifico, o sulla costruzione di nuove competenze.

Potete trovare e consultare anche psicoterapeuti con una formazione ampia e variegata capaci di trattamenti personalizzabili, adatti alle coppie, alla famiglia, a adolescenti o a persone anziane, il web è una miniera di informazioni confrontabili anche se talora contraddittorie purtroppo.

D. Chi è lo Psicoanalista? È un professionista già Psicologo o Medico, il cui training presso scuole private dura molto a lungo, è selettivo e complesso, rappresenta un percorso formativo, che dura spesso di più dei soli quatto anni, riconosciuto a livello sanitario, in cui il professionista stesso si sottopone ad una sua analisi personale prima di essere valutato e accettato come idoneo alla formazione di terapeuta.

La SPI, https://www.spiweb.it/istituto-nazionale-di-training-scuola-di-formazione/programma-teorico-clinico-della-societa-psicoanalitica-italiana/ segue procedure di selezione e linee guida di formazione rigorosamente stabilite dalle diverse società psicoanalitiche nazionali ed internazionali. Il trattamento psicoanalitico per il paziente ha generalmente frequenza di 4 sedute a settimana, e affronta un lavoro di completa scoperta, valutazione e modifica delle strutture profonde dell’adattamento psicologico della persona, è il trattamento di eccellenza per situazioni di grave disagio, purtroppo è molto costoso per frequenza e durata.

E. Chi è lo Psichiatra? È un professionista laureato in Medicina e Chirurgia, che ha conseguito la specializzazione in Psichiatria, in quanto medico il suo lavoro è principalmente orientato alla somministrazione di farmaci per la cura delle patologie psichiche dalle più leggere alle più serie.

Avendo lo Psichiatra scelto una formazione prettamente biologica di approccio alla persona, non ha nella sua formazione che alcuni cenni a tutto l’aspetto di ascolto, colloquio e scambio relazionale di cui la figura professionale dello Psicologo è la sintesi.                     

La collaborazione tra psicologo-psicoterapeuta e psichiatra è la soluzione più efficace e utile al trattamento di disagi come quelli ansioso-depressivi, ossessivo-compulsivi, PTDS, per cui la sola farmacologia non è sufficiente.

F. Chi è il Coach? Lifecoach, o Counselor?

Sono figure professionali non sanitarie, che hanno frequentato corsi anche online presso scuole private, che vanno dalle 60 alle 170 ORE di formazione, o corsi biennali, per accedere alle quali non è prevista nessuna selezione o grado di scolarità universitaria, e non ha nessuna formazione sanitaria. L’Associazione Coaching Italia, definisce il coaching “una metodologia che si basa su una relazione di partnership paritaria (tra il coach e il suo cliente) che, attraverso un rapporto commerciale (di espressa natura contrattuale), mira a riconoscere, sviluppare e valorizzare le strategie, le procedure e le azioni utili al raggiungimento di obiettivi operativi collocati nel futuro del cliente”.(Wikipedia).

Il counseling psicologico è prerogativa professionale dello psicologo.

Queste sono le principali figure professionali che intervengono in situazioni di difficoltà, disagio emotivo, malattia psichiatrica.

L’ampissima gamma di figure sanitarie e non, che si offre sul mercato per intervenire nel miglioramento del benessere personale e relazionale non rende semplice la selezione del professionista più adatto. Spero che questa disamina sia stata, per quanto breve, esaustiva e utile ad orientare nella scelta dello specialista più adatto alle esigenze di ognuno, occorre ribadire che il benessere psicologico è secondo la mia esperienza trentennale una questione di salute, e quindi necessita di un professionista, che abbia una formazione alla cura della persona.

“Abuso di…” le ripercussioni della Pandemia

È giunto il momento di cominciare a fare delle riflessioni cliniche sui primi esiti evidenti degli eventi occorsi in quest’ ultimo anno.

Durante la pandemia tutti i nostri equilibri psicologici, ma anche fisici e sociali sono stati stravolti,  le persone si sono trovate prive dei propri abituali “rifornimenti narcisistici” affettivi e relazionali che connaturavano il loro vivere quotidiano.

Per un tempo molto lungo le persone si sono trovate in una situazione di pericolo per la propria sopravvivenza, sottoposti a ristrettezze e riduzioni degli apporti fisici ed emotivi su cui solitamente basavano l’equilibrio psicoaffettivo; siamo stati tutti privati delle attività relazionali e fisiche che generano sia a livello psicologico che a livello biochimico nel corpo e quindi anche nel cervello, il nostro equilibrio di salute.

Il Benessere è sempre una costruzione attiva che deriva dalle nostre attività mentali e fisiche, non é mai dato, ne costante nel tempo; lo sa bene chi teme ed evita ogni piccolo cambiamento della propria routine e la costruisce ogni giorno e in ogni particolare sempre uguale.

L’arrivo della pandemia e quindi tutte le misure precauzionali di Protezione Civile e di salute pubblica hanno con violenza interrotto il fluire della nostra vita  come la conoscevamo e come la vivevamo prima.

Ogni giorno provvediamo al nostro fabbisogno emotivo, affettivo, sociale, economico, operando scelte, mettendo in campo azioni e relazioni, per mantenere il nostro equilibrio di benessere.

Se da un lato le misure restrittive ci hanno protetto e hanno impedito al virus di mietere milioni di vite, dall’altra ci hanno necessariamente fatto pagare un prezzo molto alto limitando al minimo il nostro spazio relazionale.

Questa frattura violenta e inaspettata del nostro percorso di vita precedente ha tutte le caratteristiche del trauma, di conseguenza non possiamo che aspettarci le ripercussioni che un trauma emotivo genera.

Uno dei primi aspetti più eclatanti della risposta adattiva ad un trauma, cioè come cerchiamo di stare meglio, è quello di trovare alternative “sedative” al dolore e alla frustrazione che più o meno consapevolmente si sta vivendo.

Esattamente come prevedibile a causa di carichi emotivi e psicologici al di sopra della nostra precedente capacità di tollerare eventi avversi, questa pandemia ha fatto aumentare per esempio i casi di dipendenza e di abuso, da alcool, da tabacco, da sostanze, da Internet, da gioco d’azzardo, da shopping compulsivo.

Le vendite on Line, i negozi di arredamento, i supermercati hanno visto impennare i propri utili.

Ogni fascia di popolazione ha visto modificare in modo significativo le proprie peculiari abitudini quotidiane.

Iniziamo a valutare le conseguenze della pandemia dalle persone che di più hanno pagato in termini assoluti.

È giunto il momento di cominciare a fare delle riflessioni cliniche sui primi esiti evidenti degli eventi occorsi in quest’ ultimo anno.

Durante la pandemia tutti i nostri equilibri psicologici, ma anche fisici e sociali sono stati stravolti,  le persone si sono trovate prive dei propri abituali “rifornimenti narcisistici” affettivi e relazionali che connaturavano il loro vivere quotidiano.

Per un tempo molto lungo le persone si sono trovate in una situazione di pericolo per la propria sopravvivenza, sottoposti a ristrettezze e riduzioni degli apporti fisici ed emotivi su cui solitamente basavano l’equilibrio psicoaffettivo; siamo stati tutti privati delle attività relazionali e fisiche che generano sia a livello psicologico che a livello biochimico nel corpo e quindi anche nel cervello, il nostro equilibrio di salute.

Il Benessere è sempre una costruzione attiva che deriva dalle nostre attività mentali e fisiche, non é mai dato, ne costante nel tempo; lo sa bene chi teme ed evita ogni piccolo cambiamento della propria routine e la costruisce ogni giorno e in ogni particolare sempre uguale.

L’arrivo della pandemia e quindi tutte le misure precauzionali di Protezione Civile di salute pubblica hanno con violenza interrotto il fluire della nostra vita  come la conoscevamo e come la vivevamo prima.

Ogni giorno provvediamo al nostro fabbisogno emotivo, affettivo, sociale, economico, operando scelte, mettendo in campo azioni e relazioni, per mantenere il nostro equilibrio di benessere.

Se da un lato le misure restrittive ci hanno protetto e hanno impedito al virus di mietere milioni di vite, dall’altra ci hanno necessariamente fatto pagare un prezzo molto alto limitando al minimo il nostro spazio relazionale.

Questa frattura violenta e inaspettata del nostro percorso di vita precedente ha tutte le caratteristiche del trauma, di conseguenza non possiamo che aspettarci le ripercussioni che un trauma emotivo genera.

Uno dei primi aspetti più eclatanti della risposta adattiva ad un trauma, cioè come cerchiamo di stare meglio, è quello di trovare alternative “sedative” al dolore e alla frustrazione che più o meno consapevolmente si sta vivendo.

Esattamente come prevedibile a causa di carichi emotivi e psicologici al di sopra della nostra precedente capacità di tollerare eventi avversi, questa pandemia ha fatto aumentare per esempio i casi di dipendenza e di abuso, da alcool, da tabacco, da sostanze, da Internet, da gioco d’azzardo, da shopping compulsivo.

le vendite on Line, i negozi di arredamento, i supermercati hanno visto impennare i propri utili.

Ogni fascia di popolazione ha visto modificare in modo significativo le proprie peculiari abitudini quotidiane.

Iniziamo a valutare le conseguenze della pandemia dalle persone che di più hanno pagato in termini assoluti.

La terza età, gli over 65, ha visto azzerate le attività di contatto sociale, come i viaggi, gli scambi culturali, gli spazi di svago come il ballo o il gioco delle carte, o quelli di cura affettiva dei propri nipoti, per la riduzione dei contatti sociali anche con i propri familiari, tutte attività che di solito permettono di affrontare meglio le iniziali problematiche del decadimento fisico e cognitivo.

Gli anziani residenti nelle RSA, la quarta età, gli over 85, hanno passato più di un anno senza poter, né vedere né abbracciare, i propri cari dal vivo, con l’impossibilità di beneficiare  di tutti i servizi di supporto, che garantiscono le normali attività di stimolo cognitivo.

La necessità di salvaguardare la loro stessa vita ha tolto la possibilità di far circolare operatori educatori psicologi all’interno delle strutture e quando non abbastanza ben valutato, il contatto tra operatori e anziani ha decimato gli ospiti delle RSA.

“Il quinto Rapporto prodotto congiuntamente dall’Istituto nazionale di statistica (Istat) e dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss) [ datato 5 marzo 2021 ndr] presenta un’analisi della mortalità dell’anno 2020 per il complesso dei decessi e per il sottoinsieme dei soggetti positivi al Covid-19 deceduti; fa, inoltre, il punto sulle principali caratteristiche dell’epidemia e i loro effetti sulla mortalità totale, distinguendo tra la prima (febbraio- maggio 2020) e la seconda (ottobre-gennaio 2021) ondata epidemica.

….i morti della popolazione con 80 anni e più che spiega il 76,3% dell’eccesso di mortalità complessivo; in totale sono decedute 486.255 persone di 80 anni e oltre (76.708 in più rispetto al quinquennio precedente).” [ nonostante tutte le attività di prevenzione del contagio e cura della malattia dovuta al Covid-19 ndr]. 

Oltre al danno sociale dovuto alla scomparsa di decine di migliaia di anziani in più, a causa della trasmissione del contagio, le famiglie costrette anche loro in situazioni di quarantena o isolamento durante il lockdown, hanno incamerato dosi di dolore e sofferenza notevoli senza poterle elaborare adeguatamente o affrontare o scaricare attraverso attività compensatorie significative.

Gli adulti che per ragioni di lavoro si trovavano lontani da casa o dalla famiglia, o addirittura fuori dal territorio nazionale, all’estero, hanno vissuto un particolare e specifico tipo di isolamento sociale, a cui è stato possibile fortunatamente porre un argine, attraverso l’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, sempre più efficienti e diffusi.

Abbiamo visto quanto, dentro le mura domestiche, le persone siano riuscite attraverso una normale resilienza, a mettere in campo attività come la cucina, la lettura, il riordino degli spazi privati, il bricolage, la ginnastica, a integrare con attività fisiche e mentali l’aumento dello stress negativo (distress).

Una parte della popolazione appartenente alla fascia d’età adulta si è trovata però anche a perdere i propri cari anziani, senza poter dar loro neanche un ultimo saluto, altri hanno potuto incontrarli soltanto attraverso i telefonini quando questo era possibile e certamente sfidando una normale difficoltà degli anziani over 75 ad usare la tecnologia.

La popolazione adulta ha dovuto d’altro canto anche fronteggiare il trauma di perdere per la malattia dei coetanei, confrontarsi con relazioni coniugali talvolta molto disfunzionali e conflittuali, che in condizioni di convivenza forzata hanno fatto aumentare le violenze domestiche.

Non abbiamo ancora dei dati realistici di quanto questo fenomeno, ancora tanto spesso disconosciuto abbia inciso sulla vita delle famiglie, delle donne e nel vissuto dei bambini.

I genitori hanno dovuto farsi carico di figli che a seconda delle classi di età diverse, con conseguenti relative necessità differenti si sono ritrovati in DAD facendo lezione seduti sul proprio lettino,  privi inoltre di tutte quelle attività di relazione sociale e sportive che sono altamente educative e formative per la personalità in crescita dei bambini e dei ragazzi.

Tutta la popolazione dai 0 ai 100 anni ha sofferto moltissimo di quello che è stato definito ildistanziamento sociale”, che  sarebbe stato molto più preciso e saggio definire distanziamento fisico, ma che ha portato con sé la sospensione brutale di tutte quelle attività relazionali di vario ingaggio emotivo, dal più intimo al più allargato.

La fascia d’età giovanile e adolescenziale si è trovata in questa pandemia con un ruolo purtroppo molto difficile da sopportare; lo scoprire dai dati che i bambini e i più giovani non venivano colpiti in maniera mortale dal virus, li ha definiti loro malgrado come un bersaglio della scarica di quelle sofferenze e frustrazioni degli adulti, che si vedevano l’oggetto di pericolosi “untori” inconsapevoli; ora sappiamo che anche i giovani e alcuni bambini hanno avuto severe ripercussioni fisiche oltre a quelle psicologiche nel contatto con il virus della Sars-CoV-2.

Persino i nostri amici a quattro zampe, i nostri cani in particolare, se da un lato hanno beneficiato, e noi con loro, della possibilità di uscire liberamente per i propri bisogni fisiologici, hanno però visto modificare sensibilmente gli equilibri di spazio fisico ed emotivo all’interno delle abitazioni. Molti degli animali che già soffrivano di fobie o ansie non potendo socializzare in maniera adeguata con i propri simili o assorbendo le tensioni familiari si sono trovati molto sotto pressione e sono peggiorati nei loro sintomi; certamente invece quegli esemplari che soffrivano per esempio da ansia di separazione sono temporaneamente migliorati per la vicinanza costante dei loro amici umani sempre accanto a loro; salvo ripeggiorare al ritorno di una vita “normale”.

Dal punto di vista sociologico c’è comunque necessità di rimarcare che l’arrivo della pandemia si è inserito in un contesto socio-economico già estremamente disagiato, dove i giovani si trovavano già in una situazione particolarmente ostica dal punto di vista lavorativo e sociale.

Il loro vissuto precedente di esclusione, o estrema difficoltà di entrare nel mondo del lavoro, in una società, la nostra, orientata massimamente al consumo e al raggiungimento di ideali di bellezza e successo spesso totalmente inadatti o impossibili da raggiungere dalla maggior parte della popolazione normale, ha trovato i giovani, gli adolescenti, ma anche i bambini sottoposti ad un potente mix di frustrazioni nella totale impossibilità di operare alcuna elaborazione adeguata, senza che gli adulti, pur presenti accanto a loro, ma sottoposti anche loro a condizioni psico-emotive estremamente difficili, potessero essere un adeguato sostegno, un argine o un anche soltanto uno spazio emotivo di contenimento.

Senza lo spazio sociale della scuola, con situazioni lavorative da protette a marginali, molte famiglie sono implose, senza che si potessero operare maggiori interventi di sostegno a carattere nazionale, oltre a quelli offerti nelle più svariate attività dai moltissimi volontari di Protezione Civile, tra i tanti la mia partecipazione alle attività di sostegno psicologico telefonico con @SipemSosFed  e @MinisteroSalute è stata intensissima.

Dal punto di vista psicologico e psicofisico stiamo cominciando ora a valutare le ricadute di questa pandemia, la prima cosa che salta all’occhio è l’aumento di tutte le dipendenze, quelle da tabacco, da alcool o da altre sostanze come droghe o farmaci da prescrizione medica (come ansiolitici, ipnotici del sonno, antidepressivi, da banco o fitoterapici) da abuso di Internet, incremento della ludopatia, o shopping compulsivo.

Ad una prima grossolana valutazione risulta evidente che i normali bisogni delle persone, di gratificazione, di apprezzamento, di condivisione, senza escludere sia l’aspetto fisico che quello psichico,  siano andati molto verso l’abuso di”

In determinati momenti ci siamo trovati totalmente privi di un qualsiasi tipo di godimento accettabile, da percepire dei livelli di frustrazione ansia e malessere così forti da doverli compensare abbassare fronteggiare con un “consumo aumentato” di quello che trovavamo a disposizione, per sedare il malessere stesso o talvolta il dolore.

Sono quindi aumentate tutte le attività che era possibile effettuare sia con la fantasia che con la manualità ma all’interno delle mura domestiche, favorendo in qualche caso la possibilità di un aumento della condivisione emotiva e di gioco all’interno della famiglia stessa. Sappiamo molto bene che la psiche ha delle grandi capacità di adattamento, ma ogni persona ha bisogno di trovare il proprio equilibrio con se stessa e in relazione con gli altri, la costruzione di questo benessere viene messo in discussione ogni volta che la persona subisce un trauma, cioè la frattura del precedente flusso vitale in maniera inaspettata e violenta.

Se al trauma dell’interruzione del proprio equilibrio Bío Psico Sociale abbiamo dovuto aggiungere anche una diminuzione non temporanea ma di lungo termine, di tutti gli strumenti necessari e indispensabili per compensare e affrontare il traumastesso, ecco che necessariamente con le proprie modalità ogni persona ha dovuto aumentare le proprie dosi di godimento.

Questa operazione di “abuso di” è stata comunque funzionale, utile, al mantenimento di un equilibrio seppur anomalo, come accade in ogni emergenza; ora si tratta di prevedere e organizzare non il ripristino dell’equilibrio precedente perché sappiamo che successivamente ad un trauma, non è possibile rimuoverlo, o dimenticarlo o evitare di affrontarlo, il nostro cervello ne registra e immagazzina molte tracce.

Ora è necessario utilizzare  tutte le esperienze vissute, sia negative che positive, accumulate durante la pandemia, per costruire nuovi equilibri più dinamici, che tengano conto di tutte le nuove capacità che abbiamo sviluppato.

Pandemia disturbi traumatici e DPTS

L’attuale PANDEMIA del virus SARS-COV-2,  che genera la malattia del COVID-19, ha ormai da un anno modificato in maniera estremamente significativa la nostra vita quotidiana a tutti i livelli, personale, familiare, scolastico, sociale e non ultimo lavorativo.

 

 Il perdurare di questa condizione di allarme, di paura del contagio, di costrizione e di impotenza, unite all’impossibilità di continuare a lavorare per alcune categorie, o semplicemente di mettere in atto gli usuali comportamenti autoprotettivi per ristabilire il nostro equilibrio piscofisico, come viaggiare, o di praticare sport, o di poter svolgere le nostre attività di svago, di scambio sociale e culturale, di incontro con gli affetti della famiglia allargata, ci stanno causando un forte e prolungato stress.

La risposta di stress, che il nostro corpo mette in atto di fronte a situazioni più complesse del normale, ha delle caratteristiche psico-fisiologiche specifiche, ed è una risposta sana alle sfide che la vita ci propone o come in questo periodo ci impone. 

Per primo Hans Selye, un medico austriaco naturalizzato canadese, definì dopo varie ricerche la reazione di stress.

 

Il termine usato per descrivere questa situazione “stress” appunto,  venne mutuato dalla fisica (indica lo sforzo o la tensione a cui era sottoposto un materiale); Selye lo utilizzò per definire la “risposta non specifica dell’organismo a uno stimolo negativo”, noto anche come “stressor”, cioè ogni risposta che il corpo e il cervello mettono in atto per fronteggiare stimoli negativi di varia natura.

Il concetto di stress è poi stato suddiviso in due aspetti contrapposti:

L’Eustress o stress positivo, è quella spinta di desiderio e di risposta sia  a stimoli interni che esterni, che l’individuo mette in atto in situazioni in cui intende migliorarsi, superare una difficoltà, attivare un nuovo progetto.

Per mantenere l’aspetto positivo l’Eustress deve essere di breve durata se molto intenso, ma deve comunque superare una certa soglia per spingerci verso l’obiettivo.

Il nostro corpo si attiva a livello metabolico ed energetico stimolando cuore, polmoni, ghiandole surrenali, fegato, stomaco intestino, occhi, tutti questi organi interni si mettono a funzionare in maniera più efficiente e più rapida. 

Come per una corsa, possiamo fare uno scatto o saltare un ostacolo, ma mantenere alto il livello di attivazione oltre un certo tempo diventa difficile sino ad essere dannoso. Possiamo allenarci a aumentare il nostro livello di attivazione per periodi più lunghi, ma il nostro corpo rischia di ammalarsi se sottoposto a stress troppo prolungati.

Il Distress, o stress negativo si esprime in tutte quelle situazioni di conflitto, di difficoltà, dovute alla vita, come lutti, o grandi cambiamenti, che ci trovano senza delle risorse adeguate a fronteggiarli, siano le nostre risorse troppo poche, ma anche nel caso siamo costretti ad investirne troppe.

Dall’inizio di questa pandemia siamo troppo spesso in distress continuo, e rimaniamo a contatto proprio con questi sentimenti così duri e soverchianti, di tristezzarabbia, impotenza, cercando di far fronte a situazioni economiche e sociali per alcuni di noi addirittura tragiche,  come la morte dei nostri cari, o alla chiusura di attività lavorative.

 

La maggior parte di noi, ha una capacità di adattamento alle difficoltà e di reazione all’esposizione ai traumi, che ci permette di mantenere un livello accettabile di equilibrio, anche dopo aver subito importanti eventi traumatici.   

Oggi ci troviamo però a vivere continui cambiamenti di scenari nel nostro quotidiano, senza talvolta avere nessuna opportunità di confrontarci in maniera più adattiva e costruttiva.

 

Siamo continuamente costretti a modificare alle nostre abitudini, cercando di adattarci ai cambiamenti delle regole che si susseguono, alcuni esempi stanno nelle chiusure dei territori, che ci impediscono gli spostamenti, certo per proteggerci dalla diffusione del virus stesso, ma che ci limitano mentalmente e emotivamente come le chiusure dei ristoranti e locali.

 

 

Le comunicazioni di future riaperture poi, ci illudono di poter tornare ad una vita sociale che consideravamo normale, salvo ritrovarci con nuove disposizioni di chiusure repentine quando l’indice del contagio “generale” si impenna, o peggio di essere zona rossa dalla mattina seguente.

Tutte queste continue e inaspettate modifiche ci fanno provare un forte senso di paura, disorientamento, tristezza, rabbia e di frustrazione, che si unisce a tutti quei dati reali come i problemi finanziari o di salute, causati proprio dalla indiscutibile necessità di proteggere noi e i nostri cari dalla tragica evenienza di ammalarci e rischiare la nostra e l’altrui vita.

    Questo terribile scenario ci sembra ormai la normalità, ed è entrato nei nostri schemi mentali modificandoli, basti vedere come sussultiamo se qualcuno ci si avvicina troppo e non indossa la mascherina anche all’aperto, o quando vedendo delle immagini con persone vicine tra loro che sembrano di attualità, ma che sono magari di un anno fa, ci viene di pensare…”ma non indossano la mascherina!

Non è possibile trovare altro adattamento, che quello di far fronte giorno per giorno a quello che incontriamo, mettendo in atto il meglio che riusciamo a essere e a fare,  cercando nuove risorse per aumentare la nostra tenuta allo sforzo emotivo.

Nessuno è escluso dall’impatto di questa emergenza, anche se ognuno si trova a rispondere in modo differente per situazioni anche totalmente indipendenti dalla volontà personale.

Per questa emergenza COVID che ha le caratteristiche classiche di essere improvvisa insolita e inaspettata, oltretutto di livello mondiale, non abbiamo possibilità di trovare soluzioni immediate ed efficaci, ma stiamo imparando a usare tutte le nostre risorse per far fronte a un evento storico, sinora rarissimo.

Ecco quindi che le nostre risorse fisiche, emotive e psicologiche, sono messe a dura prova, lo stress e i traumi subìti possono, anche se non sempre, farci ammalare.

 

 

Le normali risposte allo stress prolungato sono le difficoltà a dormire, gli stati di iperattivazione psico-motoria, l’eccesso o la mancanza di appetito, l’uso e abuso di farmaci o sostanze che alterano il nostro stato cognitivo o emotivo, gli stati dell’umore fortemente altalenanti, da euforia a sentimenti di forte tristezza, l’aumento delle situazioni di conflitto nelle relazioni familiari e sociali, l’uso e abuso di strumenti digitali

La vicinanza ripetuta e continuativa a situazioni traumatiche è un fattore di rischio psicologico, alcune persone esposte per un’attività lavorativa a queste condizioni traumatizzanti, in cui è a rischio la loro sopravvivenza, perché ad esempio possono ogni giorno contagiarsi, o si sono già gravemente ammalate di COVID-19, possono sviluppare disturbi post-traumatici come  il disturbo da stress post traumatico, o il disturbo da stress acuto, o i disturbi dell’adattamento.(vedi sotto)

 

Per ammalarsi devono coesistere però delle predisposizioni individuali (fattori di rischio pre-trauma) dovute alla storia emotiva pregressa dell’individuo, che va a sommarsi alla gravità del trauma vissuto, (fattori di rischio peri-trauma) e che può inserirsi in un contesto socio-familiare-lavorativo non sufficiente al sostegno del disagio della persona, (fattori di rischio post-trauma).

 

 

 

Il DSM V – (2014) [manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali], descrive differenti disturbi post-traumatici:

Il disturbo reattivo dell’attaccamento, il disturbo da impegno sociale disinibito, il disturbo da stress post traumatico, il disturbo da stress acuto, i disturbi dell’adattamento.

Di questi i primi due, il disturbo reattivo dell’attaccamento e il disturbo da impegno sociale disinibito, fanno parte della storia emotiva infantile dell’individuo, e sono dovuti a situazioni traumatiche vissute nel contesto familiare del bambino; causano serie interferenze nello sviluppo emotivo e nella capacità di sviluppare una vita serena da adulti.

Il DPTS DISTURBO POST TRAUMATICO DA STRESS è la diagnosi che si applica ad una serie di sintomatologie molto complesse e invalidanti, che insorgono dopo un’esposizione ad un trauma sia fisico che psichico, in cui la persona abbia subìto una minaccia di morte o grave lesione. 

Non è un caso che assieme al disturbo da stress acuto siano patologie che in questo momento storico siano più frequenti rispetto al passato. 

Queste diagnosi sono frequenti nei soldati tornati dalle zone di guerra, dove essere sottoposti a atrocità e per cui vivere sotto stress era parte del “mestiere”, o a persone che hanno subito aggressioni sessuali, o a migranti provenienti da zone di guerra.

Oggi a seguito di questa pandemia il vivere da oltre un anno in situazione di distress, e essere venuti a contatto con la reale possibilità di perdere la vita, sta creando per esempio nella popolazione sanitaria, ma non solo, molti più disturbi che in passato.  

Quando lo stress prolungato e il trauma estremo si associano, si ha un evento emotivo che la persona può non sostenere; ma non tutte le persone si ammalano, alcune fanno fronte con le proprie risorse emotive anche a traumi violenti o sconvolgenti e con un aiuto specialistico, anche di breve durata, riescono a superare la sofferenza relativa all’evento traumatico, in questo caso parliamo di una diagnosi di disturbi dell’adattamento. 

Alcune persone invece si ammalano in modo grave. 

Vediamo perché!

Per arrivare alla patologia, cioè alla cronicizzazione dei sintomi ad oltre un mese dall’evento devono esserci dei fattori di rischio, che sono le cause predisponenti (fattori pre-trauma), la persona cioè ha vissuto, nella sua storia precedente al trauma in questione, molte altre situazioni difficili a partire dall’infanzia; il trauma attuale deve essere percepito dall’individuo come estremo appunto, (fattori peri-trauma), la persona sente di aver subìto un vissuto tale da pensare sia stata messo in dubbio la sua sopravvivenza. 

Il soggetto inoltre deve trovarsi in una condizione attuale di fragilità sia a livello personale che sociale-familiare, (fattori post-trauma); da ultimo per l’instaurarsi della malattia, anche dopo  diversi mesi dopo l’evento traumatico, l’individuo si trova soggetto a un contesto non legittimizzante il suo disagio (fattori di mantenimento). 

Il disturbo post traumatico da stress genera una sintomatologia molto ampia, e invalidante, e ha caratteristiche di esposizione al trauma molto crude e violente, che danno origine a ricordi ricorrenti e intrusivi dell’evento, sogni e incubi ricorrenti, flashback dissociativi, sentimenti di estraniamento, esplosioni di rabbia o comportamenti autolesivi e spericolati, sofferenza psicologica intensa a qualsiasi azione o anche associazione mentale che ricordi anche solo un’aspetto dell’evento traumatico, reazioni fisiche di fuga o di evitamento riguardo cose o situazioni che riguardino un’aspetto simile all’evento traumatico, alterazione del flusso dei pensieri e delle emozioni in senso negativo, su se stessi, sugli altri e verso il mondo in generale, perdita della capacità di provare emozioni positive,  sono alcune tra le più importanti e invalidanti situazioni che si trova a vivere chi sviluppa un DPTS a seguito di un trauma violento.

Il trattamento di questa grave patologia è lungo e complesso, non riguarda unicamente l’ultimo evento traumatico che la persona ha vissuto, infatti interventi che si occupino soltanto di questo trauma sono efficaci per un breve periodo.

La persona avrà bisogno di ricostruire un suo sentimento di sicurezza profonda, che possa permetterle di superare la somma dei traumi subiti. (vedi pagina disturbo DPTS)

In conclusione siamo tutti immersi in una realtà anomala e fortemente stressante, non abbiamo un’esperienza comune precedente a cui fare riferimento o da cui trarre degli spunti.

Negli ultimi 18 anni ci sono state altre due epidemie importanti che coinvolgevano in maniera severa il sistema respiratorio umano la Sars (2002/2003) e la Mers (2012), che hanno però avuto un’espansione limitata, non arrivando all’espansione massima di pandemie, e che pertanto sono conosciute per lo più dagli esperti.

In questo momento stiamo invece vivendo una pandemia, cioè “una malattia che interessa tutte le persone sulla terra, e che ha un’estesissima e rapida diffusione, verso il quale non sono conosciute cure efficaci”

L’unica risposta efficace è quindi per ora, quella dell’adattamento ad eventi stressanti, cercando di incrementare ogni giorno la nostra capacità di tollerare questa esperienza costosissima a livello emotivo, mettendo in atto tutte le nostre risorse personali e sociali.

Dei colloqui on line orientati allo scarico emotivo dello stress, alla mentalizzazione delle difficoltà e mirati al potenziamento delle proprie risorse possono essere di aiuto.

 

 

La ludopatia

La ludopatia è un ampio spettro di disturbi, dal più lieve al più catastrofico.

La ludopatia, disturbo relativo al gioco d’azzardo, è stato recentemente rivalutato e riclassificato nell’ultimo Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, il DSM V.

In precedenza era classificato come GAP, Gioco d’Azzardo Patologico, tra i Disturbi del Controllo degli Impulsi, ora viene collocato all’interno della categoria delle Dipendenze, ma in un’apposita sottocategoria, “Disturbo non correlato all’uso di sostanze”.

Si è venuti a questa nuova classificazione sulla base anche delle nuove risultanze delle ricerche neurobiologiche che hanno dimostrato sovrapposizioni, anche nelle rilevazioni di Neuroimaging con le altre dipendenze da sostanze psicotrope o da alcool.

Il disturbo si sostanzia in un’anomala regolazione del sistema di neuro-trasmissione relativo al processo di gratificazione cerebrale nei soggetti con dipendenza da gioco d’azzardo come per le altre sostanze.

Questa disfunzione nella regolazione di neurotrasmettitori come la dopamina, ricopre un ruolo cruciale nei fattori di astinenza e nel Craving (bramosia incontrollabile) che è caratteristico degli stati di dipendenza.

Le strutture cerebrali profonde dell’amigdala, dell’insula e il sistema noradrenergico svolgono una funzione di Guida emozionale; questi sistemi nel nostro cervello sono collegati con il sistema di Reward (ricompensa), le cui strutture più importanti sono il Nucleo Accumbens e l’area Ventrotegmentale, in interazione con i sistemi Dopaminergici.

Si tratta di un funzionamento molto complesso e con un grande impatto sul nostro equilibrio emotivo.

Si definisce quindi il Comportamento da gioco d’azzardo problematico, quello ricorrente e persistente che porta a stress o a un peggioramento significativo della qualità della vita della persona.

Comportamenti e sintomi

La persona affetta da ludopatia può avere comportamenti e sintomatologia evidente se la patologia è diventata di entità grave, ma se la dipendenza non è ancora troppo grave, gli indizi possono essere nascosti con facilità dal giocatore stesso e quindi sottovalutati dalla famiglia o dal partner, sino a che non peggiora in maniera evidente la vita del soggetto con delle ricadute sociali e lavorative.

Le espressioni più patologiche della ludopatia sono quelle del giocatore d’azzardo che rovina se stesso e la sua famiglia, dilapidando tutti i suoi beni e coprendosi di debiti, o del ragazzo che si chiude in casa, lascia la scuola, o il lavoro, non dorme quasi mai, e rimane connesso alla rete senza fare altro della sua vita, in quella patologia diagnosticata per la prima volta in Giappone, e che va sotto il nome di Hikikomori.

Da questi due casi estremi possiamo rilevare molti livelli di alleggerimento della sintomatologia, troviamo le persone affette da shopping compulsivo, l’adulto che compra il “grattino” giornaliero al bar assieme al caffè, l’anziano che punta sui numeri del Lotto da trenta anni, ricordando una sola vincita significativa, che di certo non lo ripaga dell’investimento trentennale, o coloro che giocano a carte con una frequenza piuttosto alta.

E’ importante distinguere la patologia conclamata da comportamenti che sono adattivi, che manifestano cioè un tentativo ben riuscito, attraverso delle attività ludiche, di gestire il proprio bagaglio emotivo tenendolo così in equilibrio.

La connotazione emotiva però, che unisce tutti i giocatori dai più incalliti ai più saltuari è l’emozione, anzi talvolta l’eccitazione fisica, che vivono nella sfida, nel tentare la sorte, il DESIDERIO di vincere, di prevalere, di comprare.

Questo desiderio, che li spinge verso il rischio insito nella competizione, è di solito un moto sano, nello sport ad esempio, perché vincere è gratificante, ci eccita, ci appaga.

Il cervello del giocatore compulsivo però, è così tanto gratificato, perché nella ripetizione del solo desiderio, cioè nell’esporsi alla possibilità di vincere, (alla scelta dell’oggetto da comprare), le sue cellule cerebrali vengono inondate di sostanze endogene che procurano esaltazione e un piacere immediato a prescindere dalla vittoria.

E’ la competizione che droga il cervello, infatti dopo una sconfitta, non c’è un allontanamento dallo stimolo deludente, anzi c’è la spasmodica ricerca della vittoria prossima, che comunque non placa il desiderio, ma invece lo innalza.

Nello shopping compulsivo ad esempio, dopo aver comprato l’ennesimo paio di scarpe, questo perde quasi immediatamente quelle caratteristiche di unicità per cui lo si era scelto e comprato; e se ne trova sempre un altro diverso o che sembra più bello, facendo ripartire così il processo neuro-emotivo del desiderio.

Tanto più si gioca, o si compra, tanto più aumenta l’aspettativa di vincere, tanto più si desidera giocare, e ricercare nuovamente e sempre più spesso le stessa sensazioni di eccitazione: questo è il meccanismo che porta alla dipendenza e che è in se la chiave motivazionale superficiale di questi disturbi.

La persona ha necessità, bramosia del gioco, (craving), quando gioca è ipereccitato, quando sceglie è in estasi, quando non gioca è irritabile, scontroso, le sue relazioni sociali si imperniano sui contenuti del gioco, o si riducono alla frequentazione di altri giocatori, se parliamo poi di adolescenti e di giochi on line, le relazioni diventano prevalentemente virtuali, cioè digitali.

Terapie

Dato l’ampio spettro dei disturbi, e i tanti livelli di gravità, che possiamo incontrare, non esiste una terapia d’elezione, per la ludopatia.

Il trattamento va deciso caso per caso, a seconda del grado di compromissione della vita quotidiana e del tempo di insorgenza.

Di certo la ludopatia, è come ogni altra dipendenza, il sintomo di una profonda sofferenza emotiva a cui non è stato possibile dare uno spazio di condivisione e di elaborazione.

La ludopatia è in generale un modo disfunzionale, ma molto semplice ed efficace per affrontare sentimenti di vuoto, di mancanza, di noia; chi gioca, o compra, si esalta per anestetizzarsi, per non percepire queste emozioni di malessere.

Prevenire quindi vuol dire osservare e comprendere l’espressione di silenzi, tristezza, irritabilità, richieste continue di gratificazioni immediate, difficoltà a tollerare le frustrazioni più semplici.

Questa osservazione risulta estremamente importante negli adolescenti, quelli che non sperimentano la sana competizione o addirittura sono totalmente disabituati a tollerare la sconfitta, o un qualsiasi rifiuto o dilazione al soddisfacimento dei propri desideri, sono quelli più esposti a questa dipendenza.

Nel caso di ragazzi adolescenti, in cui la dipendenza sia evidente e invalidante sono necessari interventi psicoterapeutici che coinvolgano la famiglia.

Per affrontare e risolvere, la sofferenza che si nasconde dietro queste tipologie di disturbo, è indispensabile per prima cosa, riconoscersi come dipendenti non dal gioco in stesso, ma dall’eccitazione e dall’attivazione neurobiologica che ne deriva.

Soltanto in seguito sarà possibile far emergere e elaborare quel dolore da cui la persona si allontana giocando o comprando freneticamente.

L’unica via d’uscita duratura, e esente da ricadute anche nei ragazzi, è una psicoterapia ad orientamento analitico, che si occupi non soltanto della superficie evidente e manifesta nel comportamento “gioco” ma del significato personale che ogni giocatore nasconde sotto questo sintomo.

Senza l’elaborazione del dolore sottostante non sarà possibile per il giocatore smettere di “autocurarsi giocando”, cioè inondando il proprio cervello di sostanze che allevino la sua pena.

Leggi la mia intervista su “CentroPagina” – Dietro il gioco: La patologia tra i giovani fu diagnosticata per la prima volta in Giappone

VIDEO – Fonte: Huffingtonpost “Videogame addiction”

Il Lutto


Il Lutto è un evento traumatico che ci colpisce nella sfera più intima, ognuno di noi però subisce, vive, affronta, e supera in modo assolutamente personale, e soggettivo questo evento della vita.

Ogni perdita incide nella nostra storia di vita e per questo ogni lutto (lutto grave, lutto complicato, lutto traumatico etc.) è parte della storia privata di ognuno, e si lega, se ce ne sono stati, a quelli che lo hanno preceduto.

La perdita, che riattiva le nostre valenze affettive, è diversa in relazione al modo in cui si è verificata (incidente, malattia, violenza) e al rapporto che esisteva con l’oggetto amato e perduto.

Gli stati d’animo che, generalmente, ci pervadono e in cui saremo immersi sono sentimenti di shock, confusione, perdita di sicurezza, idee e fantasie di morte.

Molti di noi attraversano gli stessi 5 stadi emotivi, (vedi Elisabeth Kübler Ross), negazione, rabbia, patteggiamento, depressione, accettazione; ma il percorso post trauma può essere molto difficile, interrotto o addirittura impedito, da eventi presenti o passati.

Il Lutto è una perdita affettiva molto rilevante sia che riguardi la scomparsa del coniuge, di un figlio, di un genitore, di un animale, come di un maestro di vita, di una star, di un campione dello sport, di un leader politico o religioso.

Il Lutto in senso psicologico comprende  anche la perdita dell’amore che NOI  indirizzavamo sulla persona amata, sia che esso riguardi una relazione reale, che una solo immaginata, o desiderata.

“Mai come quando amiamo prestiamo il fianco alla sofferenza, mai come quando abbiamo perduto l’oggetto amato, o il suo amore, siamo così disperatamente infelici” scriveva Sigmund Freud.

L’elaborazione del lutto avviene quindi in modi e tempi diversi, ha una sua durata che può variare da mesi ad anni, ma che può interrompersi in stadi differenti, e non arrivare mai all’accettazione completa, che libera le nostre risorse affettive dal legame precedente.

Rimuovere il primo trauma psicologico con tecniche quali l’Emdr, può essere talvolta indicato in casi estremi, risulta comunque imprescindibile una attenta e personale analisi della relazione che sussisteva con l’oggetto perduto, sia esso scomparso o solo allontanato da noi.

Il nostro cervello immagazzina in modo molto complesso le emozioni, senza un utilizzo della tecnica analitica che approfondisca il nostro personale modo di essere il quel trauma, siamo esposti ad una riapparizione dei sintomi e sentimenti legati alla perdita.

Sulla base della mia esperienza i colloqui ad orientamento psicoanalitico ci permettono di capire come intraprendere il percorso soggettivo, che attraversa il momento luttuoso, e il naturale ancorché spaventoso dolore che invade la nostra vita.

Far fronte all’inevitabile cambiamento che la nostra vita subisce, è il passo successivo e l’obiettivo più sano.

Il lavoro analitico oltre che alleviare i sintomi, ci porta alla valorizzazione del nostro spazio affettivo interno, dove il rapporto con la persona e la ricchezza emotiva che ne derivava rimarranno salvi per sempre, consentendoci però di sentirci di nuovo capaci di amare.

La NeuroPsicoanalisi

Freud cento anni fa scriveva: “Dobbiamo rammentare…[…] che tutte le nozioni psicologiche che andiamo via via formulando dovranno un giorno essere basate su un sostrato organico.” (1914).

Dal sito della NPSA Association

Il cervello è l’organo della mente,

Il cervello non è un muscolo come altri organi del corpo; ha sentimenti e un’esperienza soggettiva. La Neuropsicoanalisi si interessa di trovare l’incontro tra il cervello e la mente.

Si occupa della costruzione di una teoria che integri le scoperte delle neuroscienze integrandole ai modelli con costrutti psicoanalitici , al fine di procedere verso una più completa comprensione dell’apparato mentale .

Se vogliamo comprendere appieno la vita mentale, dobbiamo integrare le scoperte delle neuroscienze con tutti i livelli della mente. Mark Solms, psicoanalista IPA Ph.D. Department of Psychology University of Cape Town South Africa

La Neuropsicoanalisi è interessata alle basi neurobiologiche di come ci comportiamo, pensiamo e sentiamo. Nel collegare l’attività del cervello con un modello psicoanalitico della mente, anche a livelli più profondi, emerge una comprensione veramente dinamica della nostra mente.

Dalle neuroscienze, alle mappe del cervello,  dalle molecole alle reti, è emerso un terreno comune tra i campi che sono a lungo separati.

La Psicoanalisi ci indica come la mente è organizzata a livelli più profondi, ed è in grado di informare e arricchire l’esplorazione del cervello, come un punto di contatto tra le discipline ad ampio raggio, la Neuropsicoanalisi somma molti argomenti e discipline: Le Neuroscienze Psicodinamiche, indagano sui meccanismi cerebrali dei processi intrapsichici o intersoggettive , utilizzando concetti psicoanalitici per arricchire la ricerca sul cervello.

Con i progressi tecnologici, delle risonanze magnetiche ad altissima risoluzione, che ci danno una finestra su un cervello attivo, siamo in grado di collegare i processi cerebrali con concetti psicoanalitici, idee che sottolineano gli strati profondi inconsci della mente, il ruolo centrale delle emozioni e delle relazioni interpersonali nella vita mentale, e l’importanza della fantasia e rappresentazioni mentali.

Le Neuroscienze si stanno rapidamente espandendo, aumenta così la nostra comprensione dei circuiti neurali coinvolti con i processi consci ed inconsci , la motivazione, l’emozione, l’autoregolazione, la memoria, le relazioni interpersonali, e altro ancora.

La Neuropsicoanalisi clinica permette di lavorare con i pazienti neurologici in modi psicodinamicamente orientati, utilizzando anche osservazioni dal lavoro con i pazienti neurologici per integrare la teoria Neuropsicoanalitica.

La NEUROPSYCHOANALYSIS Association è una rete internazionale di organizzazioni non-profit che creano un dialogo tra le neuroscienze e la psicoanalisi. Con sede a New York , Londra e Città del Capo , mettono a disposizione le risorse per  medici , ricercatori, studenti , e il pubblico in generale , compreso, borse di ricerca e programmi educativi .

https://npsa-association.org/videos/video-1-introducing-field-neuropsychoanalysis/

L’efficacia della Psicoterapia Psicoanalitica (LTPP)

Continuano ad aumentare le ricerche che provano l’efficacia della psicoterapia psicanalitica (Long Term Psychoanalitic Psychotherapy)

Le ricerche hanno dimostrato un notevole aumento delle prove degli effetti positivi delle terapie psicodinamiche su vari disordini psicologici includendo depressione, ansia, disturbo post traumatico da stress, disordini alimentari.

Gli Studi ai quali facciamo riferimento, hanno valutato anche l’efficacia generale delle psicoterapie psicodinamiche  a breve e lungo termine e l’impatto della psicoterapia psicodinamica su specifiche malattie.

Questi studi continuano a crescere di numero sono pubblicati in giornali medici psicologici e psichiatrici.

Esaminando l’efficacia della psicoterapia psicodinamica a lungo termine (qui intendiamo un anno di terapia o 50 sedute), nel complesso di disordini mentali è stato presentato  un lavoro del  2011 basato su psicoterapia psicodinamica lungo termine  (LTPP) dove si dimostrava essere più efficiente delle forme psicoterapeutiche meno intensive nel trattamento disordini mentali complessi. Un altro lavoro che portava 23 studi su larga scala che coinvolgeva un totale di 1053 pazienti dove si concludeva che la LTPP ha avuto  un tasso significativamente più alto di efficacia nel centrare i problemi  e la personalità e il funzionamento generale della personalità, di forme più brevi di psicoterapia.

Uno studio molto citato del 2010 riassume tutte le evidenze dell’efficacia generale della psicoterapia psicodinamica. Li si conclude che la terapia psicodinamica ha un impatto positivo sui pazienti, così come le terapie cognitivo comportamentale che sono state più sponsorizzate nel moderno sistema sanitario.

Per di più, i pazienti in terapia psicodinamica non hanno visto solo un miglioramento delle loro difficoltà psicologiche durante il trattamento , ma questo miglioramento è continuato dopo che il trattamento è finito.

Nel 2008 in un  lavoro sulla depressione i ricercatori produssero una panoramica dell’efficienza delle psicoterapie psicoanalitiche e psicodinamico.

Questo lavoro esaminando i risultati concludeva che i benefici per i pazienti delle terapie psicodinamiche a breve termine erano le stesse di quelli prodotti dagli antidepressivi e dalla terapia cognitivo comportamentale.

Sono state anche condotte delle ricerche sull’impatto della psicoterapia psicodinamica in specifici disordini psicologici, uno studio del 2007 osservava gli effetti della psicoterapia psicodinamica nei disturbi attacco di panico.

Queste ricerche confrontavano  l’effetto sul paziente della terapia psicodinamica centrata sul panico, confrontate con i trattamenti di rilassamento; lo studio ha dimostrato che su 49 adulti tutti diagnosticati come sofferenti di attacco di panico, alcuni soffrivano anche di agorafobia e o di depressione.  I partecipanti che ricevettero un trattamento psicodinamico mostrarono una riduzione dei sintomi di panico molto più significativa,  rispetto quelli che ricevettero un trattamento di rilassamento, così come un più grande sviluppo delle funzioni psico-sociali; con il termine psicosociale ci riferiamo allo stato psicologico individuale in relazione ai fattori sociali.

Nel 2011 ricerche condotte su una panoramica dei lavori sugli effetti della psicoterapia psicodinamica a breve termine nei pazienti con disturbi di personalità. Guardando al risultato di questi otto studi, I ricercatori conclusero che psicoterapia psicodinamica, poteva essere considerata una efficace opzione di trattamento per un grande gamma di disturbi di personalità e produceva un signficativo sviluppo in ambito psicologico a lungo termine per una larga percentuale di pazienti.

Altre ricerche hanno inoltre dimostrato che nel rapporto costo beneficio della psicoterapia psicodinamica, ( che spesso viene giudicata come troppo costosa, per poter essere finanziata dal settore pubblico) su più di 100 pazienti che hanno ricevuto almeno sei mesi di un trattamento farmacologico psichiatrico senza miglioramenti, hanno trovato nella psicoterapia psicodinamica risultati significativi sia per quanto riguarda i sintomi dei pazienti sia per la spesa sostenuta.

Quindi non soltanto la salute mentale dei pazienti migliora con la psicoterapia psicodinamica ma il costo sociale è inferiore, perché vengono chiesti meno giorni malattia, questi pazienti vanno meno dal medico di base, chiedono meno aiuti sociali, hanno meno bisogno di cure anche dai loro parenti .

Di conseguenza, il costo aggiuntivo sostenuto attraverso l’utilizzo di un trattamento psicodinamico è stato recuperato nel giro di soli sei mesi.