Paura del terremoto - Psicologia dell'emergenza: i volontari marchigiani raccontano - Dott.ssa Lucia Caimmi Psicologa Psicoterapeuta Psicologa dell'emergenza

Psicologia dell’emergenza: i volontari marchigiani raccontano l’esperienza terremoto

Quando si verifica una emergenza derivata da una catastrofe naturale o antropica, il pensiero nell’immediato corre alla distruzione materiale, alle possibili vittime, alle conseguenze sull’ambiente o sul costruito, ma si sa gli strascichi che queste tragedie lasciano sulla psiche e sulla futura serenità di chi le vive, possono essere estremamente gravose, sia nell’immediato sia nel lungo termine. Ecco perché da tempo, nelle grandi e piccole emergenze di protezione civile, sono presenti equipe di psicologi a supporto sia delle persone coinvolte sia dei parenti delle eventuali vittime, ma anche, fattore non certo trascurabile, degli stessi soccorritori.
La Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza Social Support Federazione (abbreviato in SIPEm SoS Federazione) è un’associazione senza scopo di lucro, iscritta ai registi del volontariato di Protezione Civile, che opera in situazione di micro e maxi emergenze sul territorio italiano per la prevenzione e la cura delle vittime e i soccorritori rischio di patologie psicologiche legate al trauma. Fondata nel 1999, è intervenuta nei grandi eventi traumatici del nostro Paese, quali i terremoti di San Giuliano di Puglia (2002), dell’Aquila (20009), dell’Emilia Romagna (2012) e gli ultimi sismi che hanno interessato il Centro Italia, lavorando al fianco della Protezione Civile e delle Forze Armate sul campo e nelle tendopoli.

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Siepe Marche - Terremoto Marche - Dott.ssa Lucia Caimmi

#terremotomarche

foto © ANSA

Stamattina dopo una notte difficile e per alcuni passata in auto al freddo e alla pioggia, ad Ancona c’è il sole la temperatura é mite.

Le scuole in regione sono chiuse per ordinanza dei sindaci, le strade sono piene di bambini che giocano, vanno in bicicletta, corrono, molti nonni li accompagnano, ma ho visto anche molti genitori, molti papà.

La chiusura delle scuole, i genitori via dal lavoro, la città vive un momento particolare, é uno scenario surreale.

Qualcuno sosterrà che si son perse ore di lavoro preziose, che la nostra edilizia scolastica marchigiana é sicura al 70%, ma aldilà di qualsiasi valutazione di economica politica, credo che questa giornata sia una vera occasione per le famiglie per affrontare e elaborare la paura di questi eventi catastrofici che fanno parte intrinsecamente della vita sul nostro territorio.

Per i bambini più grandicelli, c’è la possibilità di associare una bella giornata senza scuola, passata insieme ai genitori, al ricordo della paura del terremoto. Questo può essere un buon modo per incamerare il ricordo del terremoto, anche se è comunque necessario un intervento di chiarificazione emotiva dell’evento.

Per i bimbi più piccoli che a causa dell’età non hanno possibilità di avere un ricordo saldo nella memoria, quello che é significativo è il sostegno e la presenza dei genitori.

Sono proprio i genitori il fulcro dell’equilibrio dei più piccoli.
Quindi, il peso della responsabilità, della gestione delle proprie emozioni, si fa in questi momenti molto oneroso.

É decisivo il saper essere e il saper fare, ma questo si apprende.

Ecco il progetto che la Sipem Sos Marche in collaborazione con il Cesvi Onlus, che inizierà a brevissimo nelle scuole, risulta una ottima prassi.

In Centro Italia è nata “Una Scuola Resiliente”

A due mesi dal devastante terremoto, Cesvi porta avanti il suo intervento accompagnando i bambini in un percorso di superamento della situazione traumatica e fornendo a genitori e insegnanti gli strumenti per far fronte alle difficoltà dei più piccoli.

Dipendenza da videogiochi - Dott.ssa Lucia Caimmi

Pokemon Go

Si preannunciano discussioni e contrapposte fazioni, di sicuro molto agguerrite riguardo il nuovo gioco Pokémon Go, uscito il 6 Luglio negli Stati Uniti Australia e Nuova Zelanda, e scaricabile da noi dal 15 Luglio.

Commenti e rumors degli altri paesi parlano dell’utilità che alcuni pazienti affetti da depressione hanno trovato nel riuscire a poter uscire di casa per giocare con questa app; altri paventano quello che possiamo ipotizzare clinicamente come un aumento del fenomeno dissociativo.

Ma di che cosa si tratta?

La realtà aumentata + geolocalizzazione

Pokémon Go è un gioco individuale che prevede di uscire in strada alla ricerca dei vari Pokemon, (che nel corso degli anni, durante lo sviluppo di questo gioco sono passati da circa 150 agli attuali 700) e di provare a catturarli.

Per nostra fortuna in questo caso si tratta soltanto di cattura e non di sparare addosso a un qualsivoglia bersaglio!

Una delle ragioni per cui il gioco è esploso in maniera così dirompente è che tenendo aperta l’app se ci muove in giro per la città, il gioco stesso ci dice se siamo vicini ad un punto dove possiamo trovare un Pokemon da catturare, c’é un’interazione elevata nella ricerca di quello che diventa un “oggetto di desiderio”.

Possiamo quindi con tranquillità dire che questo gioco si sviluppa nella stessa linea temporale del nostro quotidiano, e senza calcare troppo la mano si ipotizza una possibilità di intrusione nella nostra capacità attentiva, già abbastanza compromessa dai vari dispositivi.

In questo momento per tutti coloro che possono scaricarlo gratis, cioè milioni di persone con uno smartphone, questo gioco rappresenta il ponte sul nuovo territorio dalla realtà aumentata, alla realtà virtuale sempre più vicina, il primo social basato esclusivamente sulla realtà virtuale.

Realtà virtuale, questo ossimoro che diviene ogni giorno incredibilmente più esperibile!

In Pokemon go, oltre essere stati registrati, quindi individuati dall’occhio virtuale che ci segue a livello mondo, dialoghiamo su un un piano di realtà oggettiva, nel senso che è il dispositivo che teniamo in mano che ci fa da tramite con il virtuale, che ci risponde con degli stimoli che divengono per il nostro cervello registrabili quindi veri.

In questo gioco inoltre non si tratta di stare seduti o anche camminare pericolosamente con il telefonino in mano e giocare o scrivere, quindi concentrati su un solo piano di realtà alla volta.

Prima si camminava ma si guardava un video di un dispositivo, ma voi eravate lì a casa vostra in ufficio, in auto e l’oggetto nel telefono qdi chiaramente virtuale, qui certo il Pokemon è virtuale, (per adesso), ma qll’animaletto appare dentro lo schermo del vostro telefonino, ma con la telecamera accesa, se guardate lo schermo accanto ad un cespuglio, c’è un Pokemon ce si muove!!

Se guardate con un occhio fuori dallo schermo vedete un cespuglio, con l’altro occhio puntato sul telefonino vedete cespuglio e Pokemon!

Si può ipotizzare una facilitazione di fenomeni dissociativi? Provate e poi traete le vostre conclusioni!

Il gioco inserisce nella vostra realtà un oggetto virtuale, nn sembra niente d nuovo, ma qui i due piani di realtà sono contemporanei e giustapposti.

Staremo a vedere i risultati sia percettivi che di intreccio tra reale e virtuale quale livello raggiungeranno, magari tra qualche anno ci saremo abituati e potremo cliccare sull’aria accanto a noi per ordinare la cena, più o meno come in Minority Report.

La realtà aumentata e la realtà virtuale sembrano però riempire in maniera registrabile dal nostro cervello quello che Winnicott definiva lo “spazio transizionale”.

Negli adulti questo spazio è talvolta poco sviluppato o anche poco alimentato, ma mi domando che tipo problematica potrà generare nello sviluppo infantile l’occupazione quasi abusiva di questo spazio vuoto che il bambino dovrebbe generare da solo?

Se questo spazio è occupato da mille stimoli ipereccitanti potrà il bambino trovare il modo di creare se stesso e la propria individualità giocando e fantasticando? Che tipo di adulto sarà poi costui?

Non ci resta, come sempre che rimanere attenti osservatori.

In arrivo un’altra mappa del cervello

Matthew F. Glasser, neuroscienziato alla Washington University School of Medicine, primo autore della ricerca, definisce questa mappatura “come una versione 1.0”. Glasser lavorando in sinergia con il Nuffled Department of Clinical Neuorscience, il John Radcliffe Hospital, il dipartimento di informatica allo Imperial College di Londra e da altri istituti, spiegano che l’elaborazione dell’enorme massa di dati ha permesso di identificare 100 del nostro cervello regioni finora nascoste. 1200 volontari si sono lasciati osservare mentre risolvevano ad esempio un test di memoria, o problemi di logica. 

Per noi psicoanalisti che ci interessiamo anche di neuroscienze è un passo sempre molto importante l’aggiornamento della mappatura in termini funzionali delle aree del nostro cervello. 

Questo ci permette talvolta di fornire una spiegazione molto diretta e semplice sul funzionamento psicologico della mente ai nostri pazienti.

Improv for Cops – Improvvisazione per poliziotti

Dal New Yorker del 5 luglio

Si dà notizia di un’iniziativa intrapresa dal NYPD, che muta la sua mission in “Proteggere servire e comprendere”.

A seguito dei numerosi casi di uccisioni o violenze gravi su cittadini non armati operate dalle forze di polizia, il NYPD ha avviato, assieme ad altre iniziative volte a migliorare e prevenire il servizio di tutela del cittadino, un laboratorio teatrale di improvvisazione allo scopo di facilitare la comunicazione e sviluppare l’empatia tra  i cittadini e le forze dell’ordine metropolitane.

Sette coppie composte da ufficiali del distretto e sette civili, scelti tra la popolazione rappresentativa, intraprendono questa esperienza di improvvisazione teatrale.

Dal resoconto di questo incontro:

Si inizia dal condividere una cena assieme, poi i partecipanti si siedono tutti in cerchio, cantano un madrigale medievale per riscaldare l’atmosfera, quindi giocano a mantenere una palla in aria il più a lungo possibile.

Si iniziano poi alcuni giochi di ruolo e di immedesimazione, un esempio è il gioco del cappello.

Due giocatori alla volta scelgono cappelli a cui è attribuibile un “ruolo tipico” improvvisando una scena a tema. Ed ecco cosa succede:

Un cappellino da baseball indossato con la visiera dietro, la persona diventa un ragazzo che vagabonda in giro senza far nulla, l’altra persona indossa il cappello da poliziotto e gli dice:

– “Che ci fai qui, dovresti essere a scuola” –

Si introduce un altro particolare del gioco a questo punto il ragazzo di chiama José ed è aggressivo, nell’improvvisazione che segue succede che la poliziotta lo afferra per il braccio, lui si divincola, la poliziotta gli fa cadere il cappello accidentalmente dandogli una pacca sulla fronte.

A questo punto un altro poliziotto, che assiste alla scena  esclama a voce alta e ridendo: “ecco l’assalto!

In questo gioco di ruolo si comprende come molto spesso i nostri comportamenti sono non soltanto influenzati ma addirittura gestiti dai nostri schemi mentali, chi ha indossato il cappellino ha fatto lo straffottente, come se tutti i ragazzi fossero così, o peggio fosse normale essere così, e la persona che ha indossato il cappello dell’autorità si è spinta a dover correggere anche solo l’atteggiamento dell’altro, da qui ne è nato un confronto ravvicinato, dove un semplice gesto fortuito per nulla grave può diventare un’aggressione fatta e subita dai partecipanti.

In questo frangente diventa chiaro come non sia la persona che indossa il cappello, ma il cappello che fa la persona e il suo comportamento.

Cibo e moda

Nello spettacolare sfondo archeologico dei Mercati Traianei si tiene a Roma sino al 1 Novembre 2015, una mostra dal titolo : “L’eleganza del cibo“.

La mostra é un interessante percorso di selezione di abiti ed accessori, scelti secondo un ottica particolare: la creatività della moda che declina la rappresentazione, e talvolta, l’esposizione del cibo.

Il rapporto tra cibo e fashion non è, da tempo, privo di aree di conflittualità, qui si è scelto un’analisi storiografica delle creazioni riguardanti la rappresentazione iconografica del cibo, che spazia da abiti porta popcorn o fatti d’erba e verdure, a stampe e disegni elaborati con originalità.

Uno dei filoni che in questo nostro contemporaneo lega moda e cibo è la manipolazione fortemente creativa ed estetica sia dei materiali usati come tessuti, che delle materie prime usate per il confezionamento di piatti sempre più originali e complessi.

In un equilibrio sano e vitale però, l’individuo e il suo corpo hanno una personale e soggettiva priorità, ogni persona per il suo essere individuale necessita il rispetto dei propri bisogni alimentari, come di scelte di abbigliamento che non pregiudichino il suo equilibrio psicofisico.

Le difficoltà iniziano laddove l’appagamento e il godimento della moda come del cibo diventano però fine a se stesse, riducendo entrambe il corpo a mero strumento una dell’esposizione e l’altra del breve piacere della gola, e non contemplano l’equilibrio psicofisico della persona.

Ottimo quindi il gioco con il cibo sia attraverso la creatività della moda che della cucina, ma rimaniamo attenti alla ricerca dell’equilibrio individuale.