Recensione libro di Samantha Cristoforetti

“Diario di un’apprendista astronauta” 2018 Ed. La nave di Teseo  le Polene in collaborazione con ESA (European Space Agency) e ASI (Agenzia Spaziale Italiana)

Avevo comprato il libro dell’allora capitano dell’Aereonautica Militare Cristoforetti, per farmi compagnia in un lungo viaggio in treno, di rientro da un impegno di lavoro.

Avevo seguito il viaggio dell’astronauta Cristoforetti nello spazio, attraverso i suoi twitt, le sue foto, le sue osservazioni.

Mi è quindi venuta la curiosità di conoscere il contributo di una donna riguardo questo singolare lavoro, l’astronauta.

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Fertilità e Essere/diventare genitori - Dott.ssa Lucia Caimmi

Fertilità: la gioia di essere genitori

L’OMS stima che al mondo attualmente almeno il 6% delle coppie pur avendo una normale attività sessuale non protetta, non riesce a procreare, questo dato si sposta al 15- 20% delle coppie nei paesi industrializzati, dove assieme ai problemi organici riguardo la sterilità ci sono questioni socio-economiche ambientali che innalzano lo stress psicologico.

Nella nostra società inoltre l’aumento dell’età media delle coppie che cercano la prima gravidanza anche a casa delle suddette problematiche, incide in maniera significativa riguardo alla capacità di procreazione.

Il desiderio di un figlio, di costruire una famiglia e la scoperta dell’infertilità sono due passaggi molto complessi del vissuto del soggetto adulto.

Il desiderio di procreare è vissuto da ogni singolo individuo in modo soggettivo ma le motivazioni accomunano i sentimenti provati dalla donna e dall’uomo.

Entrambi i soggetti esprimono la propria completezza sessuale, rispondono ad una attesa sociale e di genere: la donna nel divenire madre palesa il suo ruolo che è la portatrice di nuova vita, l’uomo nel donare prole alla sua compagna, si assicura continuità nel futuro e da prova manifesta al suo gruppo sociale della sua virilità e la sua capacità individuale di mantenere una famiglia.

Entrambi dimostrano a se stessi e al proprio gruppo sociale di appartenenza la maturità sessuale, quindi la capacità di portare avanti nel tempo i propri impegni, che è garanzia di serietà e affidabilità.

Generare i figli introduce nella coppia un ruolo diverso quello di genitore, la coppia non è più composta solo da due persone ma diventa una famiglia.

Nel pensare e nel cercare di avere un figlio ogni individuo va incontro alla storia del suo essere figlio, della sua famiglia d’origine, e di tutte le sue relazioni primarie, dello stato emotivo della sua coppia attuale.

Nel percorso di ricerca del concepimento sia esso naturale o assistito, ogni individuo è sottoposto ad un notevole numero di eventi stressanti a cui di solito non si è preparati.

Nella procreazione medicalmente assistita il susseguirsi di esami clinici più o meno invasivi, i tempi di attesa dei risultati degli esami, o tra un esame ed un altro, dover tollerare gli effetti collaterali pesanti delle stimolazioni ormonali, sono solo alcuni degli esempi in cui ci si imbatte nel trattamento dell’infertilità.

Il sostegno psicologico alla coppia in fase di progettualità genitoriale si sviluppa, da un lato sino all’accompagnamento alla nascita del nuovo individuo, dall’altro a tutte quelle modalità alternative di essere genitore che ai nostri giorni sono possibili.

Addictions Disturbo o patologia? - Comportamenti di dipendenza - Dott.ssa Lucia Caimmi

Addiction Disturbo o patologia?

Sempre di più si parla di malesseri espressi con comportamenti di dipendenza come patologie.

Dopo il “viraggio” clinico del DSM V alla considerazione e valutazione di tutto quello che è comportamento diverso dalla norma, come deviante, quindi patologico, quindi medicalizzabile, ogni tratto personale esprimibile attraverso un comportamento originale, può ora essere cercato tra le patologie.

Sono d’accordo invece su una constatazione che i comportamenti di dipendenza da sostanze, vecchie e nuove (gioco, internet, shopping) non siano sempre e in tutti i casi delle patologie, ma molto più spesso sono dei disturbi, se non addirittura un adattamento, disfunzionale certo, ma sempre più comune e consueto, rispetto al contesto sociale esterno globale.

Molto spesso il processo di identificazione ci fa cercare e trovare in un comportamento comune, o in una qualche definizione di un disturbo, DOC, DAP, DCA, Addicted, una nostra identità o favorisce l’idea di appartenere a quel tipo di persona, che fa, sente, dice quelle cose.

La persona con un malessere indefinito, cerca e trova, anche in un disturbo classificato e definito per altri, una propria identità, un riconoscimento di Sé, che viene favorito e sostenuto dalla costante e continuativa condivisione nei social media, dove il processo di imitazione è reso violento dal giudizio lapidario di Like/Unlike.

Capita quindi sempre più spesso che sofferenze indistinte, o anche marcate, siano per necessità definite o meglio clonate dalla persona stessa, dal mare magnum del web.

La persona cerca di capire se stesso, cerca aiuto, cerca una soluzione, e raccoglie, vaglia, condivide decine e decine di classificazioni, esperienze, poi finisce necessariamente con lo “scegliere”.

Quando si tratta di comprare qualcosa, un libro, un mobile, un gioco, o ci arriva a casa una cosa; quando usiamo internet per capire noi stessi inesorabilmente compriamo un immagine falsa di noi, posticcia, anche soltanto perché non è la nostra, ma è seguita perché vista on line.

Per recuperare o raggiungere un equilibrio psicologico e affettivo, l’incontro con uno specialista e la definizione di un trattamento deve necessariamente lasciare da parte tutto l’aspetto imitativo, aggressivo, di ricerca esterna e rivolgersi alle motivazioni più intime ed individuali per cui la persona ha trovato ad esempio quell’adattamento comportamentale ed emotivo.

Anne-Marie Sandler un incontro formativo

Anne-Marie Sandler – died July 25th, 2018

Sono venuta a conoscenza della morte di Anne-Marie Sandler, o signora Sandler, come noi la chiamavamo, attraverso i social media; un’emozione di cordoglio molto intensa mi ha invaso, è venuta a mancare una persona che ha lasciato dentro di me una traccia di gioia, di amore per la vita e per la nostra professione, che mi mancherà.

Incontrai per la prima volta AM Weil, la signora Sandler, durante uno dei seminari annuali che teneva con suo marito Joseph, al centro studi di Milano, all’inizio degli anni ’90.

Per questioni di tempo, non ho potuto ascoltarli che poche volte assieme, Joseph Sandler, morì nel 1998, ma nello studiare i loro scritti, nell’approfondire il metodo di ricerca, mi trovai a formarmi e a crescere come persona oltre che come curante.

Come giovane psicologa in formazione analitica, la loro presenza nella stessa sala era per me quanto di più simile ci fosse ad avere lì Sigmund Freud, che ci parlava non solo delle sue teorie, ma degli aspetti clinici, di cosa accadeva nella relazione diretta con il paziente.

Imparavo a riconoscere aspetti dinamici che potevo sentire e percepire in maniera indistinta mentre lavoravo, e che nel hic et nunc non capivo.

Lentamente iniziai invece a riconoscere questi affetti, ne avvertii il valore, iniziai a comprendere quelle emozioni, che diventarono strumenti terapeutici: avevo avuto accesso alla Psicoanalisi.

Noi analisti, e loro pazienti, lì nello studio assieme, noi su una poltrona, (che dovrà diventare sempre più comoda negli anni), e loro stesi su un divano, un lettino, che per poter essere accogliente è molto comodo, ma che in realtà spesso può sembrare un letto di chiodi.

In quello spazio e in quel tempo assieme a noi, le persone oltrepassano il loro dolore e trovano la fiducia in loro stessi e nella vita che potranno vivere.

Nel corso degli anni della mia preparazione, AM Sandler ha dimostrato ai miei occhi, quanto la formazione, lo studio, la ricerca, la dedizione al raggiungimento della salute mentale, fosse uno stile di vita e non soltanto una professione.

Fu questo il motivo per cui alla fine dei miei 16 anni di frequentazione del Centro Studi, a conclusione dei quattro anni di scuola di formazione in psicoterapia psicoanalitica, decisi che desideravo, a modo mio, incrementare la conoscenza di questa psicoanalista, donna, madre, moglie, nonna, bisnonna, che ha attraversato il novecento immersa nell’evoluzione della psicoanalisi e della nostra società.

Sfidai il disappunto e il superegoico giudizio analitico nell’esporre un’analista agli occhi del pubblico, (non era ancora l’epoca delle “lezioni” di psicoanalisi in tv), le chiesi se fosse disponibile a parlare con me di temi psicoanalitici, mentre venivamo riprese in video, quel materiale sarebbe andato a formare un’intervista/documentario.

Accettò subito il progetto, iniziammo uno scambio di email per la definizione degli argomenti, delle domande, del taglio in parte biografico; approvò il mio lavoro preparatorio, aveva una serenità per se stessa che raramente ho rilevato.

La intervistai nel suo studio, nella sua casa di Londra, e incontrai una persona ricca, saggia, rigorosa, emozionante, serena, ma anche accogliente, interessata, sentii di essere difronte a un’intensità emotiva enorme.

In quella piovosa mattina londinese, l’amica e collega Valentina e io arrivammo in ritardo all’appuntamento, la metro di sabato aveva poche corse, i tecnici ci avevano preceduto, c’erano già i cavi e il materiale per le riprese sparpagliato per la sua casa; Lei ci accolse con un grande sorriso e ci ringraziò per il piccolo mazzo di fiori (comprato al volo in metro), che spariva difronte all’enorme vaso traboccante che ci aveva accolto nell’ingresso, io percepii quel tripudio di fiori come l’espressione del suo gioioso e generoso stile di vita.

Mentre parlavamo delle domande che intendevo farle, ci chiese interessata del nostro lavoro, dei nostri pazienti, tracciò linee di congiunzione e delineò differenze, come la prassi psicoanalitica inglese di incontrare il paziente per 5 sedute a settimana, e le nostre psicoterapie condotte con un incontro settimanale.

Il tempo passò veloce, l’intervista si concluse all’ora di pranzo, in seguito poi approvò sia la traduzione che l’edizione, usiamo ancora quel materiale per la formazione.

Il mio scopo era di poter fare da tramite, essere messaggera di quella fiducia nel superamento del dolore umano che alcune persone sono realmente in grado di trasmettere, aldilà della tecnica, della teoria o della lunghezza della lista delle loro competenze accademiche.

Ripensando a AM Weil Sandler, sapere che non prosegue il suo lavoro di formatore, di supervisore, che il suo contributo si è concluso, mi addolora profondamente, ma il dono che sento di aver ricevuto dall’incontro con lei continua a tenerla con me e alimenta la gioia che sento nel vivere questa professione.

Qui una breve presentazione del lavoro svolto

 

Qui ql’intervista di cui vi parlavo:

 

 

Heads Together

#HeadsTogether #OKToSay

Il lutto inelaborato può colpire ognuno di noi e ci impedisce di stare bene e evolverci.

Il Principe William e la Principessa Kate, sua moglie, hanno lanciato nel loro paese, una campagna socio-culturale, per dare voce a coloro che soffrono di problemi di salute mentale.

L’iniziativa si chiama “Heads Together” con hashtag #OKToSay, si concentra sull’importanza di parlare con chiarezza dell’argomento, e con l’intento di incoraggiare il dibattito sul benessere emotivo.

Molte sono le iniziative organizzate, come la maratona di Londra,  all’interno di questa campagna, il principe Harry,  ha concesso un’intervista in cui ha parlato delle sue difficoltà emotive, riguardo le tematiche della salute mentale.

Le sue parole sono state semplici e dirette riguardo il modo in cui ha affrontato i momenti immediatamente successivi alla morte di sua madre, la principessa Diana.

Alcune delle sue parole sono state estremamente chiare, nonostante l’argomento fosse così intimo e doloroso.

Come per ogni bambino che perde sua madre, il piccolo principe Harry, all’età di 12 anni vide la sua vita drammaticamente segnata dalla tragica scomparsa di Lady D.

Avevo semplicemente zittito le mie emozioni, e continuato a dire a chi mi domandava come stavo, che tutto andava bene, perché è più semplice che spiegare i dettagli e impedisce di andare in profondità.

… Posso dire con sicurezza che perdere la mia mamma a 12 anni, e di conseguenza blindare le mie emozioni per gli ultimi vent’anni ha avuto un effetto rilevante non solo sulla mia vita personale ma anche sul mio lavoro.

… Ho cercato una consulenza psicologica dopo 20 anni della mia vita, passati a non pensare alla morte di mia madre, e due anni di caos totale nella mia vita.

… Probabilmente sono stato molto vicino a un crollo nervoso in più occasioni, quando ogni genere di dolore, bugia, travisamento e tutto mi si sono riversati addosso da ogni parte.

… Il mio modo di affrontarlo allora fu di mettere la testa sotto la sabbia, e rifiutare persino di pensare alla mia mamma, perché a cosa serviva? 

Pensavo che mi avrebbe solo reso più triste, non me l’avrebbe restituita.

Quindi da un punto di vista emotivo mi dicevo: “bene, non permettere alle tue emozioni di avere un ruolo in niente.

Ero un tipico venti-venticinque-ventottenne che andava in giro dicendo “la vita è stupenda” o “va tutto bene” ed era così.

… E poi ho iniziato a parlarne con qualcuno e tutt’a un tratto, tutto questo lutto che non avevo mai elaborato ha cominciato a venirmi incontro e ho capito che c’era in effetti un sacco di cose con cui dovevo fare i conti.

… Un percorso terapeutico che va avanti da oltre due anni e mezzo e che, oggi, sta dando finalmente i suoi frutti con una ritrovata serenità:

“Ora sono in grado di prendere sul serio il mio lavoro, e di fare lo stesso con la mia vita privata e di versare sangue, sudore e lacrime nelle cose che fanno davvero la differenza e in quelle che penso possano fare la differenza per gli altri”.

Da questi stralci dell’intervista possiamo ben comprendere, come il dolore del lutto possa colpire in maniera subdola e invalidante l’equilibrio emotivo nella vita, di ognuno di noi.

Queste parole così sentite e ora coscienti, rivelano la tragicità, l’enormità della perdita che ha segnato il bambino Harry, e interrotto la vita dell’uomo adulto.

Egli è ora cosciente che per oltre vent’anni è stato costretto a negarsi tutte le emozioni che la vita gli offriva, per difendersi dal dolore inelaborabile della sua perdita.

Si può comprendere da questo racconto, come sia complesso e individuale il nostro modo di gestire traumi così tragici.

Possiamo immaginare che il giovane principe Harry, possa aver avuto molte possibilità e la totale disponibilità di tutta la sua famiglia, se non la comprensione del mondo intero, riguardo il dolore che la vita lo ha costretto ad affrontare, ma oggi lui stesso ci fa capire quanto la decisione di chiedere aiuto dipenda dalla persona stessa, e da lei soltanto.

Il principe infatti ringrazia in questa intervista suo fratello William per averlo più volte incitato a chiedere aiuto, ma la decisione è del tutto personale e dipende anche dalla vita stessa.

Questa importante campagna di sensibilizzazione verso la sofferenza psicologica ha un alto valore sociale, che speriamo possa trovare anche nel nostro paese, e nell’Europa tutta, altri interlocutori nazionali, al fine di superare lo stigma della malattia mentale, riuscire a parlare di sé e delle proprie sofferenze con specialisti della salute mentale, può ridare la gioia di vivere.

Fonte: The telegraph

I° corso di formazione in Psicologia dell’Emergenza

I° CAMPO SCUOLA di Psicologia dell’Emergenza – Sipem Sos Federazione

In occasione del Ventennale dalla sua fondazione (1999-2019) e per festeggiare l’iscrizione, avvenuta quest’anno, nell’elenco centrale delle organizzazioni di volontariato del Dipartimento di Protezione Civile nazionale, dal 20 al 22 settembre a Cupramarittima (Ap) Sipem Sos Marche in collaborazione con Sipem Sos Federazione, Csv Marche, Fisa (Federazione Italiana Soccorso Acquatico), Capitaneria di porto di San Benedetto del Tronto, Nucleo operativo sommozzatori della Guardia Costiera, Protezione Civile Federvol, ARI (Associazione Radioamatori Italiani) Confederazione nazionale delle Misericordie, ha organizzato il I° corso di formazione in Psicologia dell’Emergenza per i suoi iscritti, aperto a tutti gli psicologi, e ai volontari di Protezione civile.

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Dipendenza da videogiochi - Dott.ssa Lucia Caimmi

Pokemon Go causa incidente mortale

Da un articolo su Repubblica del 1 Novembre troviamo la segnalazione, che in Giappone c’è stato il primo caso finito in tribunale, per un incidente mortale causato da un signore 39enne che giocava a Pokémon Go mentre guidava.

Questo signore che leggiamo essere un agricoltore, ha investito e ucciso una donna di 72 anni e ferito gravemente un’altra mentre attraversavano la strada nella città di Tokushima.

Dopo aver subìto un processo, è stato condannato a 14 mesi di prigione, mentre l’accusa aveva chiesto 20 mesi di reclusione.

Il giudice ha valutato che il comportamento del conducente è stato di “grave negligenza” e che per la sua distrazione non ha potuto evitare la disgrazia.

Leggiamo che dal 22 luglio in Giappone, data del lancio del popolare gioco si sono verificati altri due incidenti mortali, uno dei quali ha coinvolto un bambino di 9 anni.

Quello che più sorprende in questa notizia così disgraziata è che la responsabilità sembra essere attribuita al gioco!

La condanna ci sembra lieve per quello che nel nostro paese è ora assimilabile all’omicidio stradale, ma quello che più sorprende è che l’interpretazione del giudice attribuisce al gioco la parte maggiore di responsabilità per l’uccisione di una persona e il ferimento di un’altra.

La grave negligenza del conducente sta soltanto nell’esserci fatto distrarre completamente dal gioco.

È stato il gioco, che ha assorbito tutta l’attenzione del signore, che al volante della sua auto ha investito le persone che si trovavano sulla sua strada.

Quello che ci sconcerta non è il valore irrisorio, che sembra essere attribuito alla vita di queste persone, perché non deve essere intrinsecamente legato agli anni di galera, ma di sicuro la parola negligenza non sembra commisurata all’enormità del risultato del comportamento che genera l’uccisione di una persona.

Mi sembra che ci troviamo difronte a una infantilizzazione del soggetto e quindi ad una sua deresponsabilizzazione.

Così il valore di persona adulta capace di discernere la gravità e le conseguenze delle proprie azioni viene disconosciuto, ignorato.

Il soggetto può quindi lasciarsi completamente soggiogare dall’attività ludica, entrare nel mondo virtuale parallelo, disconnettersi dalla realtà, finendo per rincontrarla in un modo atroce, (e soltanto perché è la realtà stessa a incrociare la sua strada), senza che queste azioni intenzionali siano valutate come estremamente gravi.

Attribuendo questo disconnettersi dalla realtà al gioco e non al giocatore si sottrae il valore della volontà del soggetto e quindi la sua responsabilità, lo si identifica con un bambino, e in quanto tale non totalmente responsabile delle sue azioni.

Convegno Emergenza Sisma

Ad un anno dal sisma, che ha colpito la nostra terra, abbiamo pensato e organizzato un convegno come uno spazio e un luogo dove alcuni dei professionisti e dei volontari di Protezione Civile intervenuti nell’emergenza Sisma 2016 potessero confrontarsi con noi e tra loro.

Quando il comitato organizzativo di:
Emergenza sisma – Il ruolo delle associazioni di psicologia dell’emergenza nel sistema di Protezione Civile regionale”, #SIPEM_Conv di Sipem mi ha chiesto di collaborare alla progettazione della comunicazione social, assieme alla normale presenza nelle piattaforme Facebook – Sipem sos marche, Twitter SIPEM SoS Marche e LinkedIn Sipem sos, ho proposto la conduzione di brevi videointerviste ai relatori del convegno stesso.

In questo tempo lungo che scorre lento, dal sisma ad oggi, l’idea di girare queste interviste è scaturita dalla necessità di dare voce diretta e senza quasi nessuna interferenza ai professionisti intervenuti in soccorso alle popolazioni colpite.

Nel tempo sino ad ora trascorso molte delle comunicazioni, delle notizie, delle “urla” provenienti dalle zone colpite sono state caratterizzate da stili troppo spesso sensazionalistici, e di strumentalizzazione in un’ottica socio-politica, niente di nuovo nel panorama contemporaneo.

Ho quindi valutato di usare il mio metodo di lavoro, che fa riferimento al concetto di postura psicoanalitica, (vedi A. Clarici, e A. Zanettovich) cioè quell’…”attitudine mentale, sia conscia che inconscia, con cui ci si pone difronte alla realtà intera ed esterna,…e alle richieste inerenti il proprio ruolo professionale… ”

In questo modo la mia conduzione ha favorito la libera espressione dell’intervistato attraverso uno spazio di parola spontaneo ed emotigeno; il mio contributo è stato quello di creare un contenitore che permettesse un flusso di coscienza naturale e immediato.

Lo scopo ultimo di queste interviste, concesse dai relatori che si sentivano disponibili, è quello di poter condividere con tutto il pubblico virtuale, le emozioni, i ricordi e l’esperienza umana che il soccorritore, che interviene in una catastrofe, porta sul terreno e poi riporta con sé nel suo bagaglio esperienziale; avvicinare il pubblico al “soccorso” permette non soltanto al soccorritore di condividere portando arricchimento e consapevolezza a sé stesso, ma stimola anche il processo di resilienza delle vittime.

Quindi vi invito a guardare queste brevi interviste con la stessa apertura emotiva e mentale offerta dall’intervistato…

https://www.youtube.com/channel/UCsiTFxE57QqIIh_-PUpjuCg?view_as=subscriber

Presentazione Manuale Cesvi Sipem

É on line il toolKit per “Una scuola resiliente”
Liberamente scaricabile dal sito cesvi.org o

A seguito degli eventi sismici avvenuti nel nostro territorio nel 2016, mentre prestavamo, come Sipem SosMarche, la nostra opera di psicologi volontari di Protezione Civile, siamo stati contattati da Cesvi, ONG con sede a Bergamo, che opera in tutto il mondo in aiuto alle popolazioni più bisognose e colpite da guerre, calamità naturali e disastri ambientali.

La Mission di Cesvi, così recita “… intendiamo la cooperazione come lo strumento per realizzare in modo concreto e sostenibile la solidarietà umana e la giustizia sociale. L’obiettivo è garantire a tutti gli abitanti del pianeta, la tutela della vita e della dignità, il rispetto dei diritti umani e l’accesso paritario alle risorse.

Il progetto che il Cesvi ci ha chiesto di realizzare, assieme all’Ufficio Scolastico provinciale di Ascoli Piceno e Fermo, è stato per noi una sfida, sia per l’impegno profuso nei lunghi mesi in cui abbiamo continuato a prestare servizio nella zone del cratere del terremoto e sulla costa presso le strutture che accoglievano gli sfollati; ma anche un grande riconoscimento professionale, per la serietà e la qualità del lavoro che un partner come Cesvi si aspettava da noi.

La richiesta di intervenire direttamente sulla popolazione infantile, ci ha permesso, da un lato di effettuare un monitoraggio diretto delle emozioni e del modo di elaborare il trauma subito dalla popolazione, dall’altro, di poter intervenire direttamente con l’insegnamento di buone prassi per affrontare e superare i disagi derivanti dall’evento sismico.

Abbiamo raggiunto 12 istituti comprensivi su 3 province marchigiane (Ascoli Piceno, Fermo e Macerata), con un totale di 3.983 beneficiari diretti, di cui 3.259 studenti di 176 classi di scuola primaria e secondaria di primo grado, 483 insegnanti e un cospicuo numero di genitori.

Nel manuale potrete trovare le linee guida per il supporto
 e la prevenzione psicologica nelle scuole in situazioni di emergenza, assieme a molti giochi, indicazioni, informazioni e riflessioni utili anche in altri momenti difficili, sia per i bambini che per gli adulti.

Progetto Sipem in collaborazione con Cesvi in aiuto ai bambini delle Marche per raccontare e superare la paura del terremoto del Centro Italia

Anna dice che dopo il terremoto le sono venute le orecchie da pipistrello e adesso riesce a sentire anche i più piccoli rumori che possono segnalare una scossa. Davanti alla foto di un palazzo distrutto, Giovanni ha domandato alla psicologa: “Come hai fatto a farla senza farti male?”.

Mario fa la prima elementare, gli hanno chiesto di parlare della sua casa danneggiata e ha risposto così: “Quando c’è il terremoto, chiudo la porta per non farlo entrare. L’ultima volta l’ho lasciata aperta perché sono scappato in fretta ed è riuscito a infilarsi”.

In 167 classi di dodici istituti comprensivi delle province di Ascoli, Fermo e Macerata, bambini e ragazzi stanno raccontando da settimane le emozioni provate in quei minuti interminabili, quando i mostriciattoli, come li chiama Marco, hanno deciso di difendere Madre Natura costringendo migliaia di bambini marchigiani a imparare il significato di termini tecnici come magnitudo, epicentro e faglia ben prima di studiarli tra i banchi.”

LEGGI TUTTO L’ARTICOLO SU “IL FATTO QUOTIDIANO